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Nostalgia dell’ascolto

Da troppo tempo viviamo sotto il dominio dello sguardo. Siamo diventati una civiltà della visione, dove tutto dev’essere mostrato, illuminato, spiegato. E nel clamore delle immagini abbiamo smarrito la voce — quella vibrazione invisibile che, più di ogni altra cosa, ci rende umani. Un tempo, comprendere significava ascoltare. L’Altro da Sé era presenza viva: parola che tremava nell’aria, corpo che respirava con noi. Poi venne la scrittura, e con essa la rivoluzione più silenziosa e più radicale della nostra storia. La voce fu sottratta al suo destino effimero: le cellule fonetiche si fecero segno. E la memoria, pietra. Da quel momento non fu più necessario udire per capire. Bastava leggere. Platone, nel Fedro, racconta che il dio Theuth offrì la scrittura come dono alla memoria degli uomini, ma il re Thamus rispose che essa avrebbe prodotto l’effetto contrario: “Questa invenzione renderà gli uomini smemorati, perché, cessando di esercitare la memoria, si fideranno dei segni esterni’’. Ecco la contraddizione che ci abita da allora: scriviamo per ricordare, e proprio così dimentichiamo. à

 

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La Poesia — quella vera — tenta di sanare la ferita. Pur restando nella forma scritta, la Poesia insegue la voce. È quella scrittura che non vuole restare muta, ma chiede di essere detta, pronunciata, respirata. Anche nella dizione silenziosa. In essa si compie un atto di restituzione: la parola torna al rischio dell’aria, all’ambiguità della carne. Paul Celan, in una delle sue prose più luminose, diceva: “La poesia è forse un dono che proviene da un orecchio.” Non un occhio, dunque, ma un orecchio: un’apertura che riceve, non ‘’che possiede’’. L’ascolto è l’atto originario del pensare, la soglia di ogni incontro. Anche la Musica, sorella della Poesia, ci ricorda ciò che siamo: esseri che vibrano. Purtroppo, oggi — come ammoniva Manlio Sgalambro — “la musica sembra colare già precotta dalle orecchie degli ascoltatori”. E il compositore non deve fare altro che raccoglierla da quelle orecchie, riproponendola a un ascoltatore inesistente che crede di apprezzarla, non facendo in realtà null’altro che ricordarla nella sua pochezza. È una musica che non ci chiede più di ascoltare, ma di riconoscere: ci offre ciò che già conosciamo, suoni che non rischiano nulla, piaceri già consumati. Ascoltare davvero, invece, è un gesto difficile, quasi sovversivo. Significa inchinarsi al Silenzio, lasciando che l’Altro risuoni in noi. È un esercizio di vulnerabilità, di attenzione, di accoglienza. Chi ascolta, si espone: smette di essere centro e diventa risonanza. Forse è qui che la Poesia ci insegna ancora qualcosa: come tornare a un linguaggio che non è solo visto, ma sentito; come restituire corpo e respiro alle parole. Rilke, nel suo Libro d’ore, scriveva: “Io vivo la mia vita in crescenti cerchi che si espandono sopra le cose.” L’ascolto è proprio questo: un cerchio che si allarga, un movimento che ci riconduce all’Altro, al mistero della voce che chiama e attende risposta. In un tempo che tutto mostra e nulla ascolta, forse la più urgente delle arti è questa: imparare di nuovo ad ascoltare.

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