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Il pericolo di negare un minuto di silenzio

 

In Italia, l’articolo 293-bis del Codice penale punisce sia chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, sia chi istiga alla discriminazione o alla violenza. Con molta probabilità, se Charlie Kirk, il giovane attivista americano di estrema destra di cui sta parlando l’informazione di tutto il mondo, avesse espresso certi propositi in Italia, avrebbe potuto rischiare una multa o tutt’al più la reclusione. Invece, negli Stati Uniti, Kirk è stato… giustiziato dal fucile di precisione di un giovane che non ne condivideva le idee. Cose che succedono troppo spesso negli Stati del Secondo Emendamento. Ma la mia attenzione, oggi, va alla decisione del Parlamento europeo di respingere la richiesta dei rappresentanti di alcuni gruppi parlamentari di interrompere i lavori in aula per osservare un minuto di silenzio pensando a questo episodio di violenza. Mi chiedo, infatti, quali limiti deve darsi la democrazia nel riconoscere dignità e rispetto anche a chi, come Kirk, ne ha contestato (ed è, sia chiaro, fattuale) valori e principi? In fondo, il rispetto del valore della vita umana non dovrebbe conoscere eccezioni, né distinguere tra chi è stato difensore della democrazia e chi invece l’ha osteggiata.

 

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La violenza resta violenza, qualunque sia l’orientamento ideologico di chi la subisce. Se accettiamo che ci siano vite più degne di rispetto di altre, apriamo una breccia pericolosa proprio in quel principio di uguaglianza che fonda l’idea stessa di democrazia. Credo che riconoscere un momento di silenzio non avrebbe significato condividere le idee di Kirk, né legittimare la sua pur discutibile visione politica. Avrebbe, semmai, affermato, e con forza, che nessuna differenza di pensiero può giustificare l’eliminazione dell’Altro. È un segno di civiltà che ribadisce come il dissenso debba esprimersi sempre con le parole, mai con le armi. La democrazia, se vuole restare fedele a sé stessa, non può ridursi a un riconoscimento selettivo della dignità umana. Il rischio, altrimenti, è che il rispetto per la vita diventi un bene condizionato dall’appartenenza, e non più un principio universale. Anche davanti a chi l’ha combattuta, la democrazia deve mostrarsi più grande, più giusta e più salda dei suoi avversari. Hannah Arendt scriveva che ‘’il rispetto della vita umana non dipende dalle qualità di chi vive ma dal fatto stesso che egli viva’’. Pericoloso, anche pensare a voce alta, come ha fatto qualcuno, che sparare a Martin Luther King e sparare a un rappresentante di MAGA sono (sic!) due cose diverse.

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