
Quousque tandem? Bambini trucidati mentre tentano di afferrare un pezzo di pane o dilaniati mentre seduti a un banco di scuola, colpevoli solo di trovarsi per caso dalla parte sbagliata della Storia. Questo è (ancora!) l’Uomo: con la “scienza esatta persuasa allo sterminio’’, consustanzialmente vòlto all’Oltre, al superamento di ogni limite e di ogni misura. Soprattutto senza memoria storica. Sempre pronto a fare ad altri quello che è stato fatto a lui. I Greci avevano un nome per questa malattia inguaribile dell’Uomo: hybris. È l’arroganza di chi si eleva al di sopra di ogni legge, di ogni valore, persino del destino stesso. Nella tragedia greca, è hybris, ciò che spinge Edipo a tentare di sfuggire al proprio destino di dover uccidere il padre e sposare la madre (cosa che, infatti, accadrà); la stessa hybris che spinge Creonte a rifiutare la pietà della legge non scritta di dare sepoltura al fratello di Antigone e che, negandola, gli farà perdere suo figlio e sua moglie. La tracotanza e l’arroganza trovano il loro inevitabile contrappasso nella nemesi, la punizione inevitabile e necessaria per ristabilire l’ordine naturale delle cose. Ma guardando agli orrori dei nostri tempi, quale sarà la nemesi dei signori di queste guerre in cui si intrecciano insensate aspirazioni territoriali e vergognosi interessi di arricchimento? Arduo, immaginare una punizione esemplare ed immediata come nelle tragedie greche. Non vedremo certo contriti capi di stato accecarsi o con il fegato eternamente divorato da un’aquila. La hybris dei nostri tempi non conosce eroi negativi (sarebbe erroneo personalizzare l’abominio in un individuo specifico); nel sanguinoso teatro degli orrori sono in gioco sistemi politico-economici radicati che sfuggono a un “j’accuse’’ inaggirabile. Non può meravigliarci, quindi, se l’eccesso e l’arroganza si dispieghino in modalità che ignorano l’indignazione e lo sconcerto dell’opinione pubblica. È, se mi si passa la figura, una hybris 2.0. È un fuoco invisibile che dilania scuole, ospedali, città, foreste; è l’ombra sinistra dei droni venduti da portafogli sempre più gonfi di sangue; è un movimento di morte carsico e inosservabile.

Penso a Dante e all’orazion picciola di Ulisse nel ventiseiesimo canto dell’Inferno: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza’’. Come non pensare, allora, a una hybris connaturata nella nostra semenza? La tracotanza è questa nostra ansia di infinito, di oltrità, che finisce per tracimare nell’orrore, in un freudiano impulso di morte. Avere coraggio è avere coscienza della hybris che ci abita dentro e immaginarla davanti allo specchio della coscienza, perché possa trasformarsi in uno spasmo di responsabilità.
Ché quell’Oltre può rivelarsi Abisso.





