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Mia sorella, Laura Antonelli | Il ricordo della fantasmagorica Venezia

Parte V

 

 

Nel vissuto di Laura, giovanissima, vi è la fantasmagorica città di Venezia dove, prima d’installarci a Napoli, trascorremmo da sfollati circa due anni, nel centro raccolta profughi situato nell’istituto Foscarini. Ci trovavamo appunto a Venezia – eravamo dei bambinetti – quando venne girato un film, o forse era un documentario, con tante scene all’aperto del carnevale. Mia madre, per la sua grazia e bellezza, ottenne il ruolo di comparsa per alcune scene particolari con lancio di fiori e di petali, in un tripudio di colori, di gesti e di grida. Io ho ancora nei miei occhi quelle scene pur così lontane nel tempo. Neppure Laura mai le dimenticò. Il 1947, a Venezia si svolse la Mostra del Cinema con la partecipazione anche di Jean Cocteau e Jean Marais, allora amanti, che l’anno prima avevano terminato “La bella e la bestia”. La Mostra del Cinema interferì, molto gradevolmente, con la vita quotidiana della gente comune, e anche con quella dei profughi giuliano-dalmati presenti in gran numero in quella città.

 

Venezia, per noi bambini, era uno spettacolo continuo.  Ricordo Piazza San Marco, la torre dei Mori, il camminare con mia madre e con Laura in fila indiana sulle passerelle durante l’acqua alta per evitare di inzupparci i piedi. Ricordo la nostra felicità di bambini quelle volte che i nostri genitori ci portavamo al lido di Venezia, dove entravamo in acqua in mutandine. Quelle scene rimasero certamente impresse nell’anima di Laura, sensibilissima, gentile, ma vulnerabile già allora. Tutto ciò rimase per sempre in noi insieme con il ricordo di situazioni penose e tristi, tra cui i grossi ratti: le pantegane, presenti ovunque, così come l’insufficienza e la bassa qualità del cibo. Inoltre, tra i profughi, esisteva la paura degli agenti dell’Ozna, la polizia segreta jugoslava al servizio di Tito.

 

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Ho ancora tra le mie carte l’articolo dell’Europeo (no. 49, 8 dicembre 1946) lasciatomi dai miei genitori, che tratta di noi profughi del centro raccolta Foscarini di Venezia. L’articolo ha questo di particolare: reca la foto (riproposta qui a sinistra) di me e di mia sorella, bambini, ripresi dal fotografo mentre nostra zia, Adalgisa Bresciani vedova Gherbetti, ci dà da mangiare; all’interno di una misera stanzetta dell’Istituto Foscarini dove alloggiavamo.  La foto reca questa dicitura: “Venezia. In una stanza dell’Istituto Foscarini vive una famiglia di 4 persone. Il marito di questa donna è morto nella foiba di Pisino”. In realtà mio zio, Lino Gherbetti, fu trucidato dai titini ma non finì nella foiba di Pisino. Inoltre, mia zia, che aveva trovato lavoro come stiratrice su un transatlantico, era solo in visita da noi.

 

Il titolo dell’articolo, disponibile anche sul WEB, è: “La paura li ha seguiti a Venezia”. Il sottotitolo: “I profughi istriani e dalmati credono di vedere ovunque agenti dell’OZNA”. L’autore del pezzo è una grande firma: Tommaso Besozzi (Vigevano, 1903- Roma, 1964). Besozzi fu un giornalista di “controinchiesta” di un alto livello, amante della verità e impegnato nel difficile compito, per usare i suoi termini, di “adeguare le parole ai fatti”. Fu Besozzi che al termine di un’accurata investigazione scoprì la verità sulla morte del bandito Giuliano, smentendo così la versione ufficiale fornita dai Carabinieri. Besozzi si interessava alla sorte dei vinti, dei dimenticati. Ma finì per essere o per considerare se stesso un vinto e un dimenticato e, preso dallo sconforto, a Roma dove viveva, si diede la morte (18 novembre 1964) “costruendo una bomba a mano e facendola esplodere” (Wikipedia).

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