Il liceo di Laura, il “Vincenzo Cuoco”, era in pieno centro città (Largo Miracoli 37), a due passi dal “Real orto botanico”, e dal “Real albergo dei poveri” di Via Foria, gigantesca opera borbonica di assistenza ai poveri.
Noi abitavamo, molto distanti dal centro, in un appartamento bello e ampio delle case popolari nella località collinare “Camaldoli”, dove sorge l’omonimo monastero. Aria pura, tanto verde, gente semplice. Ricordo ancora lo scoppiettio frastagliato del motore del «triciclo» con cui giungevano i venditori ambulanti di frutta e verdura, di pesce o di altri prodotti; che lanciavano un grido cantilenante rivolgendo uno sguardo lento e penetrante all’intorno.
Vivevamo, oserei dire, in un luogo incantevole perché ancora immune dallo scempio edilizio, che immancabile poi arrivò. Dal tavolo della sala da pranzo potevamo scorgere in lontananza il Vesuvio. Mio padre più di una volta ci esortò ad apprezzare il privilegio di possedere una simile vista da casa nostra.
Vesuvio, Campi Flegrei, Lago d’Averno, Spaccanapoli, San Martino, il Golfo, Santa Lucia, Castel dell’Ovo, Posillipo, la Costiera amalfitana… la scelta non è facile. Di Ischia era una compagna di scuola di Laura, sua grande amica. Mia sorella, quindi, anche per questo vi si recò spesso. Come tutti noi. Ricordo che questa ischitana raccontò a Laura, con dovizia di particolari, della presenza ad Ischia della Taylor e di Burton che si erano perdutamente innamorati l’uno dell’altra durante le riprese di Cleopatra.

All’impronta quasi magica di Napoli nessuno che vi viva può completamente sfuggire. Mi riferisco anche alla Napoli elusiva, labirintica, esoterica nella quale storia e leggenda, realtà e trascendenza coesistono. È una città all’insegna del barocco architetturale e spirituale, e cristiana e pagana nello stesso tempo; dalle tante anime quindi e dove si parla un antico linguaggio fiorito e vi vive un popolo condizionato dal “comparire”, ossia dalla teatralità e dalla messa in scena. Ma questa città-mondo più che una concreta attuazione, una realtà storica, un esito finale è stata ed è rimasta un ideale, un’aspirazione, una promessa di bontà, di saggezza, di ironia, di signorilità, di generosità, d’intelligenza.
Napoli è la città che è rimasta legata più di ogni altra al passato. Nei dialoghi del “Decamerone”, film di Pasolini, è utilizzato il dialetto napoletano. «Ho scelto Napoli», dirà Pasolini, «perché è una sacca storica: i Napoletani hanno deciso di restare quelli che erano e, così, di lasciarsi morire». È l’idea del corpo mitico che tutto assorbe. Se si vive a Napoli si finisce col diventare Napoletani. Antonio Ghirelli è più realistico e crudo: “La società napoletana è il risultato di tremila anni di storia locale presa nei riflessi dei grandi scontri di dominazioni opposte, dai Greci di Cuma agli Americani”. E di queste dominazioni non restano che “labili e vane tracce, niente altro che echi perduti”.
Su poche città al mondo si riversa da secoli un flusso così intenso di voci e di sentimenti come avviene per Napoli. Che si pensi alle sue tante canzoni. Questa città, già capitale di un Reame, è rimasta prigioniera di un suo mitico passato. Un passato che non passa mai. Proprio come il passato di certi esuli rimasti avvolti per sempre dalle spire di un mondo ormai scomparso; anche se non sono sempre coscienti di questa prigionia, come è avvenuto per mia sorella.
I nostri genitori erano degli esseri semplici e schietti. Lo snobismo – che a Napoli occupa ampi spazi – fu sempre antinomico al nostro sentire. Duole dire che la napoletanità va di pari, oltre che con lo snobismo, con una diffusa mancanza di civismo e di senso del bene collettivo: la celebrata furbizia napoletana del “Ccà nisciuno è fesso”; in realtà, vera palla al piede di Napoli e dei Napoletani.
E puerilmente e pateticamente Laura, anche se ormai lontana da Napoli, si inorgogliva con me di essere furba, rimanendo invece sempre vittima della propria ingenuità e di una generosità dal carattere spesso eccessivo.





