( II parte )

Mia sorella proverà sempre una passione quasi ossessiva per la casa, anzi per le case. E lo stesso avverrà per me. Ossessione causata dal desiderio del rifugio, della sicurezza, del radicamento. E parimenti Laura amerà sempre la campagna, la natura, i fiori, le piante e lo stormire degli alberi che le ricorderanno, come ricordano anche a me, le gigantesche querce di Capodimonte (Napoli) dalle quali, col forte vento, cadevano le ghiande sul tetto in lamiera della nostra baracca. Ghiande che raccoglievamo, insieme con altri bambini, per venderle a un contadino, fuori del campo, proprietario di maiali.
Ma è l’intera nostra vicenda di profughi che influenzerà la nostra anima, per sempre. A causa soprattutto di nostro padre che mai più si rimise dal crollo della sua Pisino e della morte di amici, vicini di casa, e parenti uccisi dagli slavo comunisti, tra cui la morte dei due fratelli Gasparini, cognati di mio zio Oreste Antonelli (A Maddalena Gasparini, madre dei due uccisi, fu cosi comunicata da uno degli assassini la notizia: “Le gavemo copa’ i suoi fioi, la se contenta?”), e la morte di mio zio, Lino Gherbetti, autentico eroe su cui ha scritto anche Giorgio Pisanò.
Mio padre, Mario, figlio di Matteo Antonaz e di Vittoria Zanello, mai tornerà nella sua Pisino divenuta slava. E quest’uomo intaccherà profondamente, con il suo rimpianto e la sua angoscia, le nostre vite.
Vi racconterò un episodio che giudico significativo circa il negativismo di mio padre. Io e i miei genitori eravamo a Napoli. Laura si trovava a Roma. Eravamo nel salotto di casa. Tra pochi minuti avremmo visto in Tv Laura, che insieme con una certa Simona Caucia – penso fosse il 1966 – avrebbe iniziato un programma, chiamato Zoom. L’evento era stato annunciato a chiare lettere e anche con foto sul Radiocorriere TV, che tenevamo ben aperto sul tavolo. Eppure mio padre si ostinava, con un fare agitato che mi turbò, a ripetere che no, che non era possibile. Secondo lui Laura non aveva la capacità, la presenza, la disinvoltura di agire su scena, perché era timidissima e parlava poco.
Laura, invece, affrontò sempre con decisione le sfide della vita, e così farò anch’io, forse nell’intimo motivati dal desiderio di rovesciare l’immagine riduttiva che nostro padre, naufrago di un mondo sparito per sempre, aveva di noi.

Queste precisazioni biografiche sulla nostra vicenda umana servono a spiegare che Laura ha dovuto adattarsi a un mondo molto diverso culturalmente, sentimentalmente, psicologicamente rispetto a quello trasmessoci dai nostri genitori, vulnerati per sempre dal dramma dell’esodo dall’Istria. Forse anche per questo particolare sfondo ambientale, non a tutti noto, è difficile fare un ritratto a tutto tondo di Laura persona e attrice. Vi sono però egregiamente riusciti, anche se fino a un certo punto, Bernard Bédarida e Nello Correale, grazie alle loro grandi capacità professionali. Inoltre Bernard, mi esprimo su di lui perché lo conosco un po’, è un intellettuale di una grande umanità, oltre a trovarsi a suo agio in lingue e culture nazionali diverse.
Laura deve tanto alla straordinaria Napoli del tempo in cui vi vivemmo, quando – per capirci – il nome Achille Lauro non identificava un cantante tatuato fino al collo e dai molti successi, ma l’armatore, il comandante, il capo del partito monarchico popolare, “l’ultimo re di Napoli” come lo definì Montanelli.
La Napoli di Laura adolescente fu la Napoli del Liceo scientifico Vincenzo Cuoco in cui brillò negli studi, da studentessa molto educata e attenta, diligente, bella e timidissima. Era la Napoli dei suoi straordinari compagni di scuola, non dissimili certamente per carattere dai miei colleghi di studio del Liceo Sannazaro del Vomero, che ancora rimpiango: giovani esponenti del nostro migliore Sud, dove la forma è di per sé stessa sostanza, e la sostanza è assai spesso di qualità.





