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Odi religiosi e incompatibilità nazionali

Il conflitto tra israeliani da un lato, e Iraniani, Hamas e palestinesi dall’altro, è una questione complessa che impone cautela a chi ne discuta. È bene quindi limitarsi ad esporre le proprie idee su aspetti specifici della questione e non sull’intero problema, troppo articolato e complesso.

 

Come definire l’attacco militare di Israele all’Iran? Mi azzardo a dire che è uno scontro di nazionalismi, intrisi di una forte contrapposizione religiosa: ebraismo vs islam. L’Iran è una “Repubblica islamica”. Israele, stato nazionale degli ebrei, è uno stato etno-religioso. Alcuni vedono un’inconciliabilità tra lo stato d’Israele, nato nel 1948, e i residenti storici di quei luoghi; i quali non hanno mai pienamente accettato la presenza dello Stato d’Israele; il quale è percepito da molti dell’aria medio orientale come un insediamento a carattere colonialista, avvenuto a causa dell’antisemitismo degli occidentali stessi, vedi l’Olocausto cui la nascita d’Israele tanto deve.

 

Gli intellettuali ebraici hanno definito “ritorno alla storia” la transizione sionista da un’identità ebraica mitica ad un’identità israeliana storica. La creazione d’Israele come Stato, avvenuta nel 1948, è stato il coronamento finale di una promessa, per secoli fatta nelle preghiere dagli ebrei: “L’anno prossimo a Gerusalemme”.

 

La vulgata celebrata dai romanzi e da Hollywood, con le persecuzioni, la religione, i miti, la storia, illustrano ed esaltano in maniera grandiosa l’eterna condizione di vittime innocenti degli ebrei raminghi per il mondo, in esilio dall’amata Gerusalemme, terra promessa, patria spirituale. Ma se si considera la storia dell’umanità si vede chiaramente che tutti i popoli si sono vicendevolmente odiati e scannati. Non c’è un paese che non sia stato invaso. Non c’è un confine che non sia stato violato con la forza delle armi. E tuttavia, in questa valle di lacrime e di sangue, o se vogliamo in questa fossa dei leoni, un popolo che disdegnava i popoli tra cui pur viveva – con i quali, tra l’altro, non accettava di spezzare il pane – e che onorava un proprio dio nazionale ed aveva una sua legge, e che persino si vestiva con una speciale uniforme per tema di essere confuso con gli altri, avrebbe dovuto attraversare indenne le sanguinose tappe della storia dell’umanità? Non di certo, secondo me.

 

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La normalizzazione storica – il “ritorno alla storia” – degli ebrei, un tempo eternamente nomadi, ma trasformatisi oggi negli abitanti dello Stato d’Israele, ha fatto irrompere nella loro mente e nel loro cuore la logica dell’egoismo nazionale basato su un territorio esclusivo. Egoismo nazionale accresciuto dall’esclusivismo della loro religione a carattere etnico-genealogico, elemento vitale dell’identità di un popolo straordinario: nato, per volere divino, in esilio.

 

Con la nascita dello Stato d’Israele, l’egoismo nazionale israeliano ha avuto come risultato di intaccare il crisma della superiorità morale e della diversità assoluta di questo popolo. Gli altri popoli persero in epoche antiche l’innocenza aggredendo i vicini, combattendo contro lo straniero invasore, attuando l’esclusione verso gli estranei, i foresti, gli stranieri (tra cui gli ebrei). Tutto ciò per brama di territorio, di senso d’identità collettiva, di solidarietà di gruppo, d’omogeneità, di fedeltà al Paese di nascita. Ormai da tempo sta succedendo lo stesso agli israeliani, fortemente impegnati a recuperare il tempo perduto. Anche questi, infatti, avendo adottato la logica del radicamento in un suolo, sono sottoposti alle dure esigenze dell’egoismo nazionale. E lottano cruentemente contro i nemici, contro gli stranieri: i loro “ebrei”, in nome del territorio e dei suoi sacrosanti confini. E hanno perso così anche loro, ormai da tempo, l’innocenza.

 

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