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La poesia: ombra che sa di luce

 

Immaginate il linguaggio come un viaggiatore. Parte dall’ombra per poi arrampicarsi verso la luce. Impara a nominare, a definire, a distinguere. Attraversa le soglie del pensiero, sale le scale della logica, affacciandosi sulle idee limpide, immobili, eterne. Ma poi, un giorno, accade qualcosa: quel linguaggio, che tutto ha visto, si rifiuta di spiegare. Vuole solo ricordare. Vuole tornare indietro.

 

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E se la Poesia fosse, allora, proprio questo ritorno? Non penso a un naufragio, ma una discesa consapevole: uno sprofondare nell’eikasia, il primo stadio nella linea della conoscenza descritta da Platone, quel regno delle immagini e delle apparenze. Si tratterebbe di un ritorno al mondo delle percezioni sensoriali, ma non già per confondere il falso con il vero. Sarebbe, piuttosto, per ritrovare un sentire più primitivo, un’intuizione più nuda. Perché la Poesia non intende possedere il mondo, come fa la Scienza. Vuole, semmai, abitarlo, quel mondo. Toccarlo con parole che non descrivono, ma evocano. Come ombre tremolanti sulle pareti della caverna, le immagini poetiche non vogliono spiegare il reale: lo accarezzano, lo fanno risuonare. Chi scrive Poesia, allora, è come Orfeo: ha visto il volto di Euridice, ha cantato le idee, ma poi ha scelto di tornare giù, nel buio, per cercare un’altra Verità. Non quella che si impone, ma quella che sfugge. Non quella che illumina, ma quella che incanta. In quel buio pieno di echi, la parola si fa fragile, quasi muta. Ma è lì che trova la sua forza: nella sospensione, nell’allusione, nel silenzio che circonda il verso. La Poesia assurge, allora, a forma di pensiero che ha dimenticato di esser tale, per ricordare com’è essere corpo, essere sensazione, essere visione. Non aspira alla chiarezza, ma si fa opaca e mira alla trasparenza: non a mostrare, ma a lasciar intravedere. È una lingua che pur conoscendo il peso del concetto, sceglie la leggerezza dell’immagine. Una lingua che ha camminato nel marmo dell’Idea e poi si è voltata, attratta dal pulviscolo dell’apparenza, da quella polvere luminosa che si agita nell’aria quando la luce entra  nella stanza. Il poeta, dunque, come il sapiente che ha disimparato. Non è un gesto di rifiuto: è un atto di amore. È la volontà di tornare là dove tutto comincia: al battito incerto del primo nome, al tremore di una parola che non dice, ma sente. Là dove il linguaggio non è ancora strumento, ma respiro. Così la Poesia diventa un atto di ascolto, più che di affermazione. Un tentativo di restituire al mondo quella parte che il pensiero razionale lascia indietro: il non detto, il non dicibile, il non finito. Non c’è nostalgia più autentica di quella che abita il verso. Non c’è sapienza più sottile di quella che rinuncia a spiegare. Forse è proprio in questo sprofondare consapevole, in questa danza nell’ombra, che la Poesia ritrova la sua origine. Perché solo chi ha visto la luce sa quanto siano vere, a volte, le ombre.

 

Ombre che sanno di luce. Poesia come nostalgia dell’origine.

One thought on “La poesia: ombra che sa di luce

  1. Avevo perso di vista queta rubrica, ma l’ho felicemente ritrovata grazie a uno screenshot datato e archiviato . Ed eccomi in accordo con questa coerente riflessione sulla Poesia, sul suo volto velato di nostalgia e ricordo, sul suo linguaggio a volte criptico per mettere alla prova la sua parte più ambigua , il mistero nascosto nel sospeso dei suoi versi sibillini.E col fascino di cui è vestita seduce e disorienta, colpisce o accarezza riscontri di vissuto.
    Interessante e chiaro questo elogio al linguaggio poetico.
    Cari saluti dall’Italia

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