Firenze, 17 ago. (askanews) – Sono alcuni dei dipinti più famosi del mondo, star del mercato, ma anche, e soprattutto, inestimabile patrimonio culturale. Le opere di Mark Rothko, nate da una vita mai banale, carica di momenti difficili, ma guidata da un’idea di “riparare il mondo”, sono riconosciute ovunque, eppure mantengono, ed è la loro forza, una grande componente di mistero. Possono essere soglie sull’ignoto, ci possiamo vedere la luce delle prime stelle o il senso del tempo, la traccia fantasma di quello che è stato e una riflessione profonda sulla storia dell’arte. Qualcuno ci vede anche del misticismo. Nessuna risposta è definitiva, tutte possono essere giuste. Palazzo Strozzi a Firenze gli dedica una mostra che probabilmente nel futuro ricorderemo come memorabile, aperta fino al 23 agosto e che, si prevede, chiuderà con circa 250mila visitatori.
“Con la sua arte Mark Rothko ha ridefinito la pittura del Novecento – ha detto il direttore di Palazzo Strozzi Arturo Galansino – e questa mostra offre un’occasione di incontro unico, profondo, tra le sue opere e i nostri pubblici”.
A curare l’esposizione, insieme a Elena Geuna, il figlio del pittore, Christopher Rothko, che ha sottolineato la relazione del padre con Firenze, motivo guida della mostra, ma anche la decisiva dimensione spaziale delle sue opere. “La gente spesso pensa ai dipinti di mio padre come riflessioni sul colore – ci ha detto – ma io credo che lui fosse più concentrato sulla creazione di luoghi credibili nei quali sia possibile entrare. Di modo che si possa essere nello spazio del dipinto, ma andare anche oltre”.
Il punto è proprio questo: l’apertura di spazi e dimensioni ulteriori, l’amplificazione della pittura, che diventa forma, filosofia, se volete anche un’esperienza spirituale. Che è un guardare la mortalità, ma senza che questa blocchi le sensazioni, che vivono in un discorso più grande e umano. (Leonardo Merlini)





