Che ci piaccia o no, il secondo mandato di Donald Trump ha innescato l’inizio di un nuovo (dis)ordine mondiale. Giusto o sbagliato che sia, con la sua rielezione alla Casa Bianca il politically correct ha lasciato il posto alla realpolitik più cruda e spregiudicata, infrangendo gli equilibri geopolitici disegnati a Yalta nel 1945 e sopravvissuti persino alla caduta del Muro di Berlino. Un cambio di paradigma che si riflette anche a livello interno, con una stretta sull’immigrazione che ha provocato dure critiche: le operazioni dell’ICE, polizia federale anti-clandestini, sono finite sotto accusa dopo la morte di due cittadini americani a Minneapolis. L’era delle regole condivise, della diplomazia codificata e delle istituzioni sovranazionali sembra oggi solo uno sbiadito ricordo. Trump ha rilanciato una strategia fatta di provocazione e imprevedibilità, una tattica aggressiva per destabilizzare interlocutori – persino amici e alleati – e strappare concessioni altrimenti precluse. Il suo primo comandamento, tanto caro alla base elettorale MAGA, è semplice e brutale: America First. Prima gli interessi americani, sempre, anche a costo di mettere a rischio quel fragile equilibrio internazionale che ha garantito all’Occidente sicurezza e prosperità per più di 80 anni. L’America trumpiana volta pagina: basta con il ruolo di gendarmi globali costretti a pagare per conflitti remoti e a subire deficit commerciali cronici. Il ritorno è a un protezionismo estremo, quasi un capitalismo di Stato, di stampo mercantile, figlio di una tradizione economica vecchia di due secoli – quella di Andrew Jackson – dove ogni alleanza è subordinata ad un guadagno immediato e tangibile per il cittadino americano.
La Groenlandia è il simbolo plastico di questa svolta. Trump ha fatto la voce grossa, sparando a zero sulla possibilità di acquistarla, o di imporre dazi ai Paesi della NATO pronti a difenderla. Ma dietro le urla sguaiate c’è una strategia sottile: ottenere basi militari e una presenza economica robusta sull’isola artica, che nessuno, né Danimarca nè tantomeno l’Unione Europea, riusciranno a contrastare. Insomma, il tycoon chiedeva cento, ma in realtà mirava a trenta. E così è stato. Alla fine, non c’è stata nessuna annessione, ma una sorta di protettorato mascherato da rispetto formale della sovranità. È questo il nuovo gioco geopolitico: meno ideali, più interessi diretti e concreti.

Nel frattempo, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha lanciato un monito da Davos, invitando la Comunità internazionale ad un realismo etico fondato su valori, diritti umani, solidarietà e rispetto dell’integrità territoriale, come nuove coordinate dell’ordine globale. In un mondo ideale, dovremmo tutti allinearci alle sue parole intrise di umanità e buon senso. La realtà, tuttavia, è più complessa. Oggi a dettare le regole sono ancora gli Stati Uniti, che restano dominanti sul piano economico e militare. E, soprattutto, il Canada non dispone delle famose “carte” negoziali: le sue Forze Armate sono di dimensioni contenute e la sicurezza nazionale rimane strettamente ancorata al sistema di difesa statunitense. Sul piano economico, inoltre, il 76,4% degli scambi commerciali canadesi continua ad essere diretto verso sud: una dipendenza storica dovuta non solo alla prossimità geografica, ma anche all’elevata integrazione delle catene produttive e logistiche.
L’Occidente si trova, suo malgrado, davanti a una scelta chiara e dolorosa: sfidare apertamente Trump e subirne le ritorsioni, oppure turarsi il naso e conviverci, almeno fino alle elezioni di Midterm di novembre, o alla fine del suo mandato nel 2028.
Per decenni Europa e Canada hanno fatto affidamento sugli Stati Uniti per sicurezza e difesa, godendo di un ordine mondiale rassicurante e a basso costo. Ma uno Stato sovrano non può fondare la propria libertà su un ombrello altrui, soprattutto se quell’ombrello può essere ritirato o usato come strumento di ricatto. Ora è il momento di crescere, costruire un’autonomia militare ed economica reale, senza rinunciare ai valori che ci definiscono. Possiamo scegliere di affidarci a Cina o Russia, stringendo accordi commerciali e militari, ma questi Paesi non condividono la nostra visione di diritti e libertà. Oppure possiamo fare i conti con l’approccio spigoloso e imprevedibile di Trump, trasformandolo in un’opportunità per liberarci definitivamente dalla ‘tutela’ americana. L’uragano Trump passerà, l’Occidente resterà. E solo un’Alleanza Atlantica rinnovata e consapevole potrà proteggerci in un mondo sempre più incerto e frammentato.





