di Alessandra Cori
Il caldo estremo mette a rischio la produzione agricola mondiale. Gli eventi di caldo estremo minacciano i mezzi di sussistenza e la salute di oltre un miliardo di persone, causando la perdita di mezzo milione di ore di lavoro l’anno, danni alle mandrie di bestiame e alle rese dei raccolti.
Uno scenario climatico difficile, ma che in Italia gli agricoltori stanno affrontando in maniera virtuosa come dimostrano i positivi risultati registrati dalle nuove produzioni di frutta tropicale in Sicilia o dai sempre più frequenti uliveti impiantati in regioni del Nord, dal Veneto al Trentino, fino a non molti anni fa impossibile per la produzione di olio extravergine.
Ma partiamo dal quadro allarmante tracciato, nei giorni scorsi, dal rapporto redatto dalla FAO e dall’OMM (Organizzazione meteorologica mondiale) Extreme Heat and Agriculture e secondo il quale la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi di calore estremo sono aumentati notevolmente nell’ultimo mezzo secolo, con effetti preoccupanti sui sistemi agroalimentari.
Il calore estremo si riferisce a situazioni in cui le temperature diurne e notturne superano i loro intervalli abituali per un periodo prolungato, causando stress fisiologico e danni fisici diretti a colture alimentari, bestiame, pesci, alberi ed esseri umani.
“Il caldo estremo – ha commentato il Direttore Generale della Fao, Qu Dongyu – è anche un importante moltiplicatore di rischio, esercitando una pressione crescente sulle colture, sul bestiame, sulla pesca e sulle foreste, nonché sulle comunità e sulle economie che da esse dipendono”.

“Ormai, il caldo estremo, definisce – ha aggiunto il segretario generale dell’Omm, Celeste Saulo – le condizioni in cui operano i sistemi agroalimentari. Agisce come un fattore di rischio combinato che amplifica le debolezze esistenti nei sistemi agricoli”.
Il rapporto è molto chiaro a riguardo. Per le specie di bestiame più comuni, lo stress inizia a oltre 25 gradi, e un po’ più in basso per i polli e i maiali, specie che non riescono a raffreddarsi con la sudorazione. Al di sopra di tale soglia, gli animali iniziano a soffrire, inizialmente cercando ombra, bevendo più acqua, mangiando e muovendosi meno. Anche quando non è letale, il calore estremo riduce la produzione di prodotti lattiero-caseari e il contenuto di grassi e proteine, il che, tra l’altro, peggiora l’impronta di carbonio degli alimenti di origine animale. Anche i pesci, per il caldo, possono soffrire di insufficienza cardiaca in quanto lottano per mantenere elevati tassi di respirazione in acque in cui eventi di calore estremo abbassano i livelli di ossigeno disciolto.
Per la maggior parte delle principali colture agricole, il calo della resa inizia a verificarsi al di sopra dei 30 gradi, e ancora meno per colture come patate e orzo. Ma il calore estremo colpisce anche gli esseri umani, specialmente i lavoratori agricoli, per i quali può essere fatale.
Tuttavia, il surriscaldamento globale non porta con sé solo rischi ma anche qualche opportunità. Ne è convinto Stefano Masini, Professore di diritto agrario ed agroalimentare presso l’Università di Roma Tor Vergata. “Se guardiamo all’Italia – ha spiegato il Professore – il caldo estremo magari comporta problemi per la viticoltura in Sicilia ma contemporaneamente, e nella stessa regione, favorisce lo sviluppo di frutta tropicale a maggiore redditività. Un gruppo di produttori siciliani di mango e avocado, quest’anno, ha realizzato da zero un fatturato di 3 milioni di euro nella GDO locale. Mentre nel Nord del paese, tra Veneto e Trentino Alto Adige, si stanno diffondendo gli uliveti in un’area che in passato è sempre stata considerata non compatibile per la coltura dell’olivo”.
Più in generale, secondo il Professor Masini, di fronte a prospettive come quelle tratteggiate nel rapporto FAO, occorre innanzitutto attrezzarsi: “Per questo abbiamo bisogno di nuove cultivar resistenti alle nuove condizioni climatiche, più tecnologie digitali e soluzioni tecnologiche”.
Uno scenario climatico difficile, ma che in Italia gli agricoltori stanno affrontando in maniera virtuosa come dimostrano i positivi risultati registrati dalle nuove produzioni di frutta tropicale in Sicilia o dai sempre più frequenti uliveti impiantati in regioni del Nord, dal Veneto al Trentino, fino a non molti anni fa impossibile per la produzione di olio extravergine.
Ma partiamo dal quadro allarmante tracciato, nei giorni scorsi, dal rapporto redatto dalla FAO e dall’OMM (Organizzazione meteorologica mondiale) Extreme Heat and Agriculture e secondo il quale la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi di calore estremo sono aumentati notevolmente nell’ultimo mezzo secolo, con effetti preoccupanti sui sistemi agroalimentari.
Il calore estremo si riferisce a situazioni in cui le temperature diurne e notturne superano i loro intervalli abituali per un periodo prolungato, causando stress fisiologico e danni fisici diretti a colture alimentari, bestiame, pesci, alberi ed esseri umani.
“Il caldo estremo – ha commentato il Direttore Generale della Fao, Qu Dongyu – è anche un importante moltiplicatore di rischio, esercitando una pressione crescente sulle colture, sul bestiame, sulla pesca e sulle foreste, nonché sulle comunità e sulle economie che da esse dipendono”.
“Ormai, il caldo estremo, definisce – ha aggiunto il segretario generale dell’Omm, Celeste Saulo – le condizioni in cui operano i sistemi agroalimentari. Agisce come un fattore di rischio combinato che amplifica le debolezze esistenti nei sistemi agricoli”.
Il rapporto è molto chiaro a riguardo. Per le specie di bestiame più comuni, lo stress inizia a oltre 25 gradi, e un po’ più in basso per i polli e i maiali, specie che non riescono a raffreddarsi con la sudorazione. Al di sopra di tale soglia, gli animali iniziano a soffrire, inizialmente cercando ombra, bevendo più acqua, mangiando e muovendosi meno. Anche quando non è letale, il calore estremo riduce la produzione di prodotti lattiero-caseari e il contenuto di grassi e proteine, il che, tra l’altro, peggiora l’impronta di carbonio degli alimenti di origine animale. Anche i pesci, per il caldo, possono soffrire di insufficienza cardiaca in quanto lottano per mantenere elevati tassi di respirazione in acque in cui eventi di calore estremo abbassano i livelli di ossigeno disciolto.
Per la maggior parte delle principali colture agricole, il calo della resa inizia a verificarsi al di sopra dei 30 gradi, e ancora meno per colture come patate e orzo. Ma il calore estremo colpisce anche gli esseri umani, specialmente i lavoratori agricoli, per i quali può essere fatale.
Tuttavia, il surriscaldamento globale non porta con sé solo rischi ma anche qualche opportunità. Ne è convinto Stefano Masini, Professore di diritto agrario ed agroalimentare presso l’Università di Roma Tor Vergata. “Se guardiamo all’Italia – ha spiegato il Professore – il caldo estremo magari comporta problemi per la viticoltura in Sicilia ma contemporaneamente, e nella stessa regione, favorisce lo sviluppo di frutta tropicale a maggiore redditività. Un gruppo di produttori siciliani di mango e avocado, quest’anno, ha realizzato da zero un fatturato di 3 milioni di euro nella GDO locale. Mentre nel Nord del paese, tra Veneto e Trentino Alto Adige, si stanno diffondendo gli uliveti in un’area che in passato è sempre stata considerata non compatibile per la coltura dell’olivo”.
Più in generale, secondo il Professor Masini, di fronte a prospettive come quelle tratteggiate nel rapporto FAO, occorre innanzitutto attrezzarsi: “Per questo abbiamo bisogno di nuove cultivar resistenti alle nuove condizioni climatiche, più tecnologie digitali e soluzioni tecnologiche”.





