(Adnkronos) – Riparte il calcio italiano con l’inizio, sabato pomeriggio, del campionato di Serie A 2026-2027. Lo scorso anno non poche squadre hanno lamentato tanti infortuni più o meno gravi che però possono compromettere la stagione di calciatori anche importanti – pensiamo a De Bruyne del Napoli fuori già ad ottobre 2025 – e far impazzire tecnici e presidenti alle prese con la corsa scudetto o un posto in Champions League. E non hanno tutti i torti visto che una squadra di calcio professionistico con una rosa tipo di 25 giocatori bisogna aspettarsi in media circa 50 infortuni a stagione. Questo si traduce nel 10-12% della rosa non disponibile per ‘crack’ (pari a 2-3 giocatori stabilmente fuori su 25). Sono alcuni dei dati dell’analisi, per l’Adnkronos Salute, di Andrea Bernetti, professore ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’UniSalento e segretario generale della Simfer (Società italiana di medicina fisica e riabilitativa).
L’analisi. “Dal punto di vista dell’epidemiologia degli infortuni, i dati più autorevoli derivano dal Uefa Elite Club Injury Study, il più longevo e ampio programma di sorveglianza epidemiologica nel calcio professionistico europeo, i cui risultati vengono regolarmente pubblicati su riviste scientifiche di primo piano come il ‘British Journal of Sports Medicine (Bjsm) e che raccoglie dati dettagliati su esposizione (allenamenti e partite) e infortuni tramite lo staff medico dei top club europei. I numeri analizzati su numerose stagioni – osserva il medico-fisiatra – offrono quindi una chiara fotografia della situazione nei principali campionati europei, compresa la nostra Serie A. In particolare lo studio evidenzia come in squadra di calcio professionistico con una rosa tipo di 25 giocatori bisogna aspettarsi in media circa 50 infortuni a stagione. Questo significa che statisticamente ogni calciatore subisce una media di 2 infortuni all’anno. L’impatto di questi infortuni comporta come in ogni momento della stagione, circa il 10-12% della rosa non sia disponibile per infortunio (pari a 2-3 giocatori stabilmente fuori su 25). Una squadra di alto livello perde in pratica complessivamente circa 300 giorni di allenamento e gara all’anno per problemi fisici. Inoltre, circa il 12% del totale degli infortuni è rappresentato da ricadute dello stesso problema”.
La buona notizia. “La stragrande maggioranza degli infortuni (oltre il 60-70%) è fortunatamente di lieve o media entità, risolvendosi in meno di due o tre settimane. Gli infortuni gravi (come la rottura del legamento crociato anteriore) sono rari ma incidono pesantemente sul totale dei giorni persi dall’intera squadra – continua – Interessante notare come la maggior parte degli infortuni avvenga in partita, infatti l’incidenza si attesta a circa 24 infortuni ogni 1000 ore di partita, contro i soli 3.4 infortuni ogni 1000 ore di allenamento. Il rischio in gara è in pratica circa 7 volte superiore”. Quali sono gli infortuni più frequenti? “Quelli muscolari rappresentano circa il 40-45% di tutti gli infortuni – risponde Bernetti – I muscoli ischiocrurali (posteriori di coscia) sono i più colpiti, e l’incidenza è in aumento negli ultimi anni, seguiti da quadricipite, adduttori e gastrocnemi (polpaccio). Le distorsioni di caviglia e ginocchio seguono come frequenza”.
Quanto durano gli infortuni che colpiscono i calciatori? “Un infortunio muscolare comporta in media 15-18 giorni di assenza. Le lesioni legamentose, pur essendo in diminuzione nell’ultimo decennio grazie alla prevenzione, richiedono tempi più lunghi, oscillando tra i 20 e i 35 giorni medi, senza contare i lunghi stop per eventi severi come la rottura del legamento crociato anteriore”, ricorda Bernetti.
La gestione clinica dell’atleta al giorno d’oggi “si avvale di tecnologie che misurano oggettivamente il carico di lavoro meccanico e metabolico al fine di valutare ed intercettare situazioni di rischio per un potenziale infortunio. Gps e sensori inerziali indossabili quantificano i movimenti, le distanze coperte e gli scatti massimali. Questi parametri – indica il medico – sono ormai i principali predittori di una possibile lesione muscolare indiretta per affaticamento. Anche i test isometrici o i salti su pedane di forza evidenziano eventuali asimmetrie di spinta o di atterraggio tra gli arti. Un deficit di forza eccentrica (soprattutto nei flessori) è un noto campanello d’allarme, ampiamente documentato da vari studi scientifici”.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale. “E’ sempre più rilevante: algoritmi avanzati incrociano i dati biomeccanici, di fatica soggettiva, la variabilità della frequenza cardiaca e le metriche di campo possono potenzialmente segnalare allo staff medico quando un giocatore supera la soglia di sicurezza”, avverte.
Dal punto preventivo esistono dei protocolli? “Certo, l’integrazione di esercizi come il Nordic Hamstring per la prevenzione delle lesioni dei flessori, insieme ai protocolli Fifa 11+, che rappresentano uno standard per la mitigazione del rischio infortunistico. Quando il trauma si verifica, il progetto riabilitativo guidato dal medico specialista punta al ripristino della normale anatomia e a un ‘Return to Performance’ (RTPer), che garantisca performance ottimali e il più basso rischio di recidive possibile. Parlando di lesioni muscolari – spiega Bernetti – le linee guida internazionali, supportano l’impiego mirato di terapie infiltrative. Il Prp (Plasma Ricco di Piastrine) è sempre più utilizzato per modulare l’infiammazione e supportare la rigenerazione tissutale in lesioni muscolari severe e tendinopatie (rotuleo, Achille). Naturalmente nel contesto di un progetto riabilitativo individuale che includa esercizio terapeutico, anche in acqua, terapia fisica strumentale e l’utilizzo di tecnologie di ultima generazione. Ogni aspetto – conclude – deve essere costantemente monitorato sia dal punto di vista di imaging che clinico e biomeccanico, attraverso strumentazioni in grado di oggettivare i diversi parametri”.





