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Quando le scuole francofone dicevano no agli italiani

Testimonianze dagli anni ’50 e ’60 a Montréal: bambini rifiutati e costretti a iscriversi nelle scuole anglofone. Una pagina poco raccontata nella storia linguistica del Québec

 

Crediti foto: Maison 4:3 / La Presse

 

I Parte

 

MONTRÉAL – Circa un anno e mezzo fa, sull’edizione de Il Cittadino Canadese del 18 settembre 2024, in occasione del 55° anniversario degli scontri tra i sostenitori della Ligue pour l’Intégration Scolaire e la Comunità italiana, usciva l’articolo Lingua e identità culturale a 55 anni dalle gravi tensioni di Saint-Léonard. Successivamente, il 22 gennaio 2025, sullo stesso tema è stata pubblicata anche la nostra intervista a Félix Rose, regista di La bataille de Saint-Léonard, un documentario sulle lotte tra il ‘68 e il ‘70 che portarono infine l’Assemblea Nazionale ad adottare la Carta della lingua francese (Legge 101) nel 1977. Questo lavoro d’archivio e inchiesta, che ha avuto un discreto successo nelle sale, ha riacceso un certo dibattito sulla celebre e amara crisi linguistico-sociale. La settimana successiva, sul numero del 29 gennaio 2025, usciva anche l’intervista all’Avvocato Ralph Mastromonaco, portavoce di un importante aspetto troppo spesso trascurato nella narrativa degli “Italiani che preferiscono l’inglese, nuocendo alla francofonia”, e cioè che negli anni ’50-‘60 i bambini italiani venissero spesso rifiutati dalle scuole francofone, costretti a riversarsi negli istituti anglofoni, più inclusivi. Mastromonaco ci ha parlato dunque della sua esperienza personale: “Mia madre, nella sua semplicità, non pensava certo alla lingua del business. Nel ‘62, quando avevo 6 anni, voleva iscrivermi nella scuola francese che avevamo di fronte casa, a NDG, che però rifiutò la mia iscrizione. Abbiamo molto sofferto per questo. È successo a me, ma anche a tanti altri che mi hanno ringraziato per averne parlato. Non è stato un fenomeno aneddotico, ma sistematico”. Sulla risacca di queste affermazioni, e anche dei numerosi articoli di Anthony Portulese, Donato Taddeo, e molti altri, è partita una piccola indagine, una delle tante, assolutamente non paragonabile alla monumentale ricerca già fatta sullo stesso tema dallo scrittore e regista Guy Rex Rodgers, dai risultati importanti.

 

Abbiamo dunque raccolto testimonianze spontanee di italiani che sono stati rifiutati dalle scuole francofone negli anni ‘50 e ‘60. Nazareno Salvi, arrivato a Montréal a 9 anni con sua sorella Settimia, di 13 anni, ci dice: “Nel 59 ci portarono in questa scuola francese tra Tillemont e Papineau, dove ci dissero che erano pieni e non potevano più prendere nessuno. Allora siamo andati alla scuola anglofona St. Thomas à Becket e lì ci hanno presi. Ma poi dopo abbiamo scoperto che era una scusa, perché altri bambini, non italiani, li prendevano”. Anche Pina Mendolia racconta che sua madre Filomena Pedulla è stata rifiutata dalla scuola francese che si trovava tra Tillemont e Papineau. Anna Campagna racconta che, sempre nel ’59, quando lei aveva 9 anni e i suoi fratelli 8 e 10, all’Académie Saint-Georges furono duramente bullizzati e poi la scuola chiese alla famiglia di spostare tutti e 3 in una scuola inglese. Rita Monaco ci racconta che nel ’55 suo fratello maggiore fu rifiutato dai preti di una scuola francofona cattolica, a un isolato di distanza, e costretto ad iscriversi ad una scuola anglofona protestante, lontana da casa. “Entrambi i nostri genitori lavoravano, lui prendeva il bus e camminava chilometri da solo, a 8 anni. Poi nel ’62 io sono stata iscritta direttamente in una scuola anglofona, sempre lontana. Eravamo maltrattati dai francofoni del quartiere che, piano piano hanno poi cominciato a rispettarci perché coltivavamo l’orto, cucivamo, riparavamo tutto, siamo diventati proprietari immobiliari”. Anche Angela Rossi ci racconta che, nel ’56, la scuola francofona di Little Burgundy, vicino casa, la rifiutò spiegando esplicitamente che non accettavano immigrati. Concetta Barbieri è stata rifiutata, in quanto italiana, all’École La Dauversière, della Commission Scolaire Jérôme-Le Royer, vicino casa. “Ho frequentato la prima elementare nel sottosuolo di una casa su rue Millet e nella sacrestia della parrocchia Saint-Gilbert, a Saint-Léonard. Dalla seconda elementare dovevo poi prendere l’autobus per andare alla Nesbitt, una scuola Protestante su Rosemont”. Nel prossimo numero proseguiremo questo viaggio nella memoria collettiva della Comunità italiana, con altre testimonianze che aiutano a comprendere una pagina rimasta a lungo ai margini del racconto ufficiale della storia linguistica del Québec. 

 

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Mario Barone e Raymond Lemieux. Scena tratta dal documentario La Bataille de Saint-Léonard

 

II Parte

 

MONTRÉAL – Segue dal nostro numero precedente – l’edizione del 18 febbraio – la seconda parte della raccolta di testimonianze di bambini rifiutati dalle scuole francofone di Montréal negli anni ’50 e ’60, costretti ad iscriversi nelle scuole anglofone. Un fenomeno sistematico e non aneddotico, troppo spesso ignorato e che mette in prospettiva la storia del Québec, la narrativa degli italiani “che preferivano l’inglese” e il gioco dei ruoli e delle responsabilità nella crisi socio-linguistica che ha portato poi il governo di René Lévesque ad adottare nel 1977 la Charte de la langue française (Loi 101). Oltre agli altri già citati nel nostro precedente articolo, anche Michael Angiletta ci racconta che entrambi i suoi genitori furono rifiutati dalle scuole francofone, suo padre a Montréal-Nord e sua mamma a Saint-Michel. Franco Cristiano ci dice che la scuola francese tra Saint-Zotique e L’Assomption disse a sua madre che non accettavano immigrati, indirizzandola ad iscrivere lui e suo fratello alla scuola anglofona cinque isolati più a ovest. “È stata, alla fine, una benedizione. Sono cresciuto con una mente aperta, ho imparato tante lingue, non solo l’inglese”. Gina Iaquinta ci spiega: “Essendo stato rifiutato l’accesso alla scuola francese a mia sorella maggiore Maria, io e i miei fratelli siamo stati iscritti direttamente a quella anglofona. I miei fratelli sono andati a vivere nel Canada occidentale. Per me e i miei genitori la vita a Montréal come immigrati italiani è sempre stata costellata di pregiudizi”. Gino Insogna spiega che nel ’69, quando suo padre, molisano, provò ad iscriverlo all’École Sainte-Bernadette-Soubirous gli risposero: “Ici, on accept pas les italiens”. E così, è stato iscritto alla St-Finbarr’s Elementary School, e la stessa cosa è valsa per sua sorella. Joseph A. Vincelli ci racconta che quando era alla St. Pius X High School, su Papineau, con ottimi voti, la media della A, chiese di cambiare per il programma francofono e gli fu negato con la giustificazione che il suo francese non era abbastanza buono. Antoinette Brunetti ci dice: “Mia madre e mia zia, Vincenza e Lucia Brunetti, sono state entrambe rifiutate dalla scuola francese che avevano dall’altra parte della strada. Vivevano al 5550 dell’8e Avenue nella zona di Rosemont e la scuola era proprio di fronte a casa loro! Dopo sono quindi andate alla St Brendan Elementary School”. Sabrina Maiorano ci parla di sua nonna Flora Paone e la sorella Maria, che avrebbero preferito studiare in francese, per facilità linguistica, ma furono rifiutate alla École Eulalie-Durocher: “La scusa era che non avevano posto, ma in realtà non volevano immigrati. E questo è il motivo per cui tutta la nostra famiglia ha poi frequentato scuole anglofone!”. Anche Fulvio Caccia ci racconta: “Nel ’59, mio padre ha dovuto insistere per farmi scolarizzare in lingua francese assieme a mio fratello Gilberto, all’École Saint-Vincent-de-Paul di Laval, ma non è stato facile. Ho scritto io stesso alcuni articoli a questo proposito negli anni ‘80”. Claudia Ottaviano Maheux, nel ’66, seppur fluente in francese, fu respinta alla Saint-Simon-Apôtre su rue de Beauharnois e frequentò poi la John Caboto Elementary School. Joseph Rizzuto e le sue due sorelle sono stati respinti alla École Barthélemy-Vimont su rue Saint-Roch: “Sulla stessa strada c’era una scuola cattolica inglese, dove siamo stati i benvenuti”. Carolyn Arduito dice che è successo lo stesso a suo marito e tutti i suoi cognati: “Mia suocera avrebbe preferito mandare i bimbi alla scuola Sainte-Cecile ma sono dovuti andare alla Holy Family, molto più lontana”. Rosaria Lombardo Monaco racconta: “Nel ’56, quando siamo arrivati a Montréal con la nave Saturnia, io avevo 10 anni e mio fratello 13. Siamo stati rifiutati dalla scuola francofona che era all’angolo di casa per essere inviati a quella anglofona più vicina, che era comunque a più di un’ora di distanza”. Michele Campolieto ci dice di essere stato rifiutato nel ‘57 dall’École Saint-Ambroise su rue de Normanville, così come sua moglie, Angelina Venditti, nel ’58, dall’École primaire Saint-Mathieu, a Saint-Michel. “Questo è esattamente quello che è successo a mio marito Cesare Tortorici: Era l’ottobre del 1960. Si è presentato alla École Primaire Saint-Gabriel-Lalemant, su rue Garnier, per iscriversi, è stato respinto e gli è stato detto di andare alla scuola inglese dall’altra parte della strada, dove dovevano andare gli italiani…”, ci racconta la moglie Adriana Martella. Anche Annalisa Bonenta ha subito lo stesso rifiuto, così come altri che riportano testimonianze indirette parlando di cosa è successo ai propri genitori, zii o nonni.

 

Tante storie di umiliazione, difficoltà e incanalamento linguistico e socio-culturale forzato e involontario: tante famiglie immigrate che avrebbero preferito far crescere i propri bambini con la lingua di Molière, ma sono state spinti verso quella Shakespeare, centinaia di figli cresciuti trilingue ma, loro malgrado, scolarizzati in inglese, e con addosso un netto contrasto tra discriminazione e inclusione. Urge una riflessione sociale e anche politica, di riscrittura di alcuni passaggi storici: gli italiani sono stati davvero responsabili della crisi linguistica?

One thought on “Quando le scuole francofone dicevano no agli italiani

  1. Ciao, ho letto con interesse il vostro articolo su questo soggetto .
    Anch’io ho avuto la stessa accoglienza seguito al mio arrivo a Montreal il 23 gennaio 1965. Io in Italia avevo cominciato a apprendere un po di francese; frequentavo la 1ma media a Cerreto Sannita, Bn. Ho appreso che a Montreal si parlava francese, allora portavo molto attenzione in classe. Avevo appreso i verbi, e molto espressioni. Quando mio cognato che era a Montreal da qualche anni, mi ha accompagnato a l’Ecole St Roch, il direttore ci ha detto di andare a St Francis of Assisi School. Per me ho sentito un umiliazione e ho sentito un ansia perché dovevo frequentare una scuola dove non sapevo neanche una parola.
    Però, il destino ha voluto che sono stato capace di apprendere l’ inglese, il francese etc. Quello che mi ha permesso di continuare a studiare in educazione come maestro di scuole inglese dove ho insegnato il francese a alunni inglesi durante tutta la mia carriera. E, quello che mi ha anche permesso di essere eletto come consigliere municipale nella mia piccola città.
    Io credo che ce ne sono stati delle migliaia come me, a subire quella umiliazione. Una ricerca in tutte le scuole inglese di Montreal (1950-1970) potrebbe rivelare questo fenomeno.
    Grazie per aver sollevato quest’ingiustizia.

    Aldo Iermieri

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