Restano i dubbi sulla compatibilità con la normativa europea e sulla forza giuridica dell’atto ministeriale
di Alessandra Cori
Via libera dal Ministero dell’Agricoltura alla “circolare” che impedirebbe di etichettare come extravergine l’olio prodotto da una miscela di olio d’oliva extravergine e olio vergine.
Un atto amministrativo che risponde alle richieste avanzate, recentemente, dalle principali organizzazioni agricole di rappresentanza dei produttori e dall’Unione dei produttori olivicoli.
La circolare interviene a chiarire un quadro giuridico complesso. D’altronde, è lo stesso atto amministrativo del Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle Foreste a premettere che “l’attuale quadro normativo di riferimento non reca un espresso divieto della pratica di miscelazione in esame, tuttavia, è evidente che la successiva classificazione e commercializzazione del prodotto della miscelazione con la denominazione di “olio extra vergine di oliva”, e dunque come olio di categoria superiore, risulti fuorviante per il consumatore e sia in contrasto con i principi di lealtà delle pratiche informative”.
È su queste basi che, la circolare ministeriale, nelle more di eventuali chiarimenti da parte della Commissione europea sulla questione, “ritiene che il prodotto ottenuto dalla miscelazione in argomento non possa essere classificato nella categoria dell’’olio extra vergine di oliva’, ma debba essere classificato, e di conseguenza etichettato, come prodotto appartenente alla categoria inferiore”.

La circolare, inoltre, indica che “l’olio ottenuto dalla miscelazione effettuata anteriormente alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della circolare e dichiarato ‘olio extra vergine’ e già confezionato, potrà essere venduto fino all’esaurimento delle scorte”, mentre se sfuso dovrà essere riclassificato come “olio di oliva vergine”.
Il mondo della produzione di olio d’oliva canta vittoria, ma già dalle dichiarazioni ufficiali emerge la contraddizione insita in un documento che non ha forza di legge e, se anche l’avesse, dovrebbe essere integrato da “un rafforzamento del sistema dei controlli attraverso nuove metodologie analitiche, il potenziamento della rete dei laboratori e l’allineamento delle banche dati di dogane, Ispettorato repressioni frodi e AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) per un potenziamento del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale). Risonanza magnetica, mappa genetica e mappatura isotopica possono consentire di accertare con precisione l’origine dell’olio e devono poter essere utilizzate anche come prove in sede giudiziaria, per fermare chi penalizza i produttori italiani pagandoli al di sotto dei costi di produzione”.
A dimostrare il valore giuridico della circolare il fatto che la stessa “richiama l’attenzione degli operatori sull’importanza del rispetto dei suddetti adempimenti, evidenziando che la loro inosservanza, fatti salvi eventuali profili di rilevanza penale, configura una violazione dell’art. 7 del Reg. (UE) n. 1169/2011, sanzionata ai sensi dell’art. 3 del D. Lgs. n. 231/2017”. Vale a dire che le uniche norme applicabili siano quelle sulla pubblicità ingannevole tutta da dimostrare.
“Introdurre il divieto di miscelare vergine ed extravergine – commenta, invece, il presidente del Gruppo Oliva di Assitol (l’Associazione delle industrie olearie italiane), Dora Desantis – è un tema di cui si può discutere. Ciò che lascia perplessi, però, è il metodo, perché su una questione di questa portata nessuno è stato coinvolto. Inoltre, la normativa UE consente da tempo la miscelazione tra olio vergine ed extravergine e sia il Ministero dell’Agricoltura sia le istituzioni europee hanno riconosciuto questa possibilità nei rispettivi documenti e norme vigenti. La stessa circolare appena pubblicata ricorda che tale divieto non è previsto dall’attuale quadro normativo. Se si ritiene necessario rivedere le regole, allora occorre intervenire a livello europeo, avviando il confronto nelle sedi competenti, a partire dalla Direzione generale Agricoltura della Commissione UE, per poi modificare il regolamento”. “Diversamente – conclude il presidente Desantis – si rischia di creare un disallineamento tra le regole applicate in Italia e quelle in vigore nel resto d’Europa. In un mercato globale, dove gli operatori degli altri Paesi possono continuare a realizzare queste miscele, introdurre un vincolo esclusivamente nazionale si tradurrebbe in uno svantaggio competitivo per le imprese italiane, senza incidere realmente sulle dinamiche del mercato”.





