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Occasione di crescita per il settore | Arriva il marchio “biologico italiano”

di Alessandra Cori

 

A più di tre anni dall’entrata in vigore della legge quadro sull’agricoltura biologica, l’Italia finalmente lancia il marchio ‘Biologico italiano’, che tutelerà le produzioni 100% nazionali. Per il suo battesimo il Ministero dell’Agricoltura ha scelto la giornata europea del biologico, che si è celebrata lo scorso 23 settembre. Dal Ministero fanno sapere che servono ancora quattro o cinque mesi di lavoro affinché il nuovo marchio, un cuore tricolore con affianco la dicitura “biologico italiano”, possa essere sugli scaffali già all’inizio dell’anno prossimo. “Il marchio era una cosa che stavamo aspettando – dice la presidente di Federbio, Maria Grazia Mammuccini -:  i dati ci dicono che sia per i consumatori italiani che per quelli esteri esiste un legame stretto tra l’origine della materia prima e l’idea della sostenibilità. Credo che questo nuovo marchio sia una grande opportunità per aumentare il nostro export, ma anche i consumi interni”.

 

Guardando ai dati aggiornati sul mondo del bio in Italia, elaborati da Ismea, il numero complessivo degli operatori biologici ha superato quota 97mila, il 2,9% in più rispetto al 2023 e ben il 62% in più nell’ultimo decennio. Di questi, le aziende agricole vere e proprie sono aumentate del 3,4% e sono ormai più di 87mila. Anche la domanda di prodotti bio è in crescita, per un mercato che oggi vale 3,96 miliardi soltanto nel canale della grande distribuzione.

 

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Per quanto riguarda la superficie coltivata a biologico, secondo i dati resi noti da ISMEA, nel nostro Paese sono stati superati i 2,5 milioni di ettari, pari a circa un quinto (20,2%) di tutto lo spazio coltivabile. Ma l’Italia ha veramente tutti questi campi bio? Secondo le tabelle dettagliate del SINAB, il Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica, di quei 2,5 milioni di ettari circa 500mila sono ancora in pieno processo di conversione, e se va bene potranno essere definiti bio a tutti gli effetti fra due o tre anni. Poi c’è un 3% di terreni a riposo, quindi non coltivati. Ma, soprattutto, c’è un 29,7% di prati e pascoli. Il fatto che siano catalogati come bio è dovuto al fatto che sono terreni incolti, lasciati alle erbe selvatiche. Se nessun prodotto chimico vi è stato aggiunto per trattarli, è semplicemente perché nessuno se ne occupa attivamente. Un altro 22,8% delle terre presenti nella banca dati SINAB, infine, è etichettato come “colture permanenti”, una categoria all’interno della quale rientrano sì le coltivazioni foraggere come il mais o l’erba medica, ma anche una quota parte di erbe incolte vale a dire di pascoli.

 

Così, secondo il SINAB, più o meno la metà dei campi bio non sarebbe veramente coltivata. Eppure, al pari dell’altra metà, percepiscono i contribuiti per l’agricoltura biologica. Bisognerebbe istituire una premialità per chi effettivamente coltiva e commercializza i prodotti e un modo potrebbe essere proprio quello di arrivare ad avere una produzione bio certificata, in modo da legare meglio il contributo a chi produce bio e porta i suoi prodotti sul mercato.

 

Con l’arrivo del marchio Biologico italiano, comunque molti dei punti stabiliti dalla legge quadro del 2022 sono finalmente diventati realtà. Il piano d’azione è stato scritto e attivato in molte sue parti. Sono stati fatti i bandi per i progetti di filiera e per i distretti biologici, così come è stato promosso il piano sementiero. Ora però è necessario intervenire sul peso della burocrazia e sui costi di certificazione.

 

Inoltre, il differenziale di prezzo tra convenzionale e biologico riconosciuto agli agricoltori si sta assottigliando. Basti pensare che per i limoni, per esempio, si è ridotto dal 40% al 19%. Peccato che a scaffale, per i consumatori, il differenziale sia rimasto lo stesso.

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