
“Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu possa esprimerla”. Scritta nel 1906 dalla scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall, sotto lo pseudonimo S. G. Tallentyre, questa frase definisce senza appello il valore assoluto della libertà di espressione, al di là di convinzioni, pregiudizi o ideologie. La forza di queste parole resta bruciante e drammaticamente attuale. Eppure, quasi 120 anni dopo, non ne abbiamo ancora afferrato l’urgenza. Non conoscevo Charlie Kirk, lo ammetto. Non ero uno dei suoi milioni di followers: 10,2 su Instagram, 7,3 su TikTok, 6,5 su Facebook, 5,2 su X, 4,2 su YouTube (dati aggiornati al giorno dell’omicidio). Numeri impressionanti. L’ho scoperto soltanto dopo, quando ormai era troppo tardi.

A 31 anni era già un guru della destra americana. Le sue opinioni erano forti, nette, tranchant, quasi sempre controverse, talvolta radicali. A posteriori, ne condivido alcune, altre mi sono indigeste. Ma una cosa è innegabile: aveva il coraggio di metterci la faccia. Non gli piaceva predicare nel deserto o nel chiuso della sua stanza: amava il corpo a corpo dialettico. Era un duellante della parola, un sofista moderno. Andava nelle Università, sfidava gli studenti con il suo celeberrimo Prove me wrong (Dimostrami che ho torto). Un po’ come i sofisti dell’antica Grecia: dispute pubbliche tra tesi e antitesi. Un braccio di ferro tra cervelli.
E quasi sempre Kirk ne usciva vincitore: lucido, rapido, tagliente. E così qualcuno, incapace di batterlo con la forza delle idee, ha scelto la via più vile: la pallottola. Un fanatico di 22 anni l’ha freddato.
Un colpo secco alla gola ha spento un cervello scomodo, brillante, audace. Sul proiettile era inciso Bella Ciao. Probabilmente, l’assassino era un estremista di sinistra. E oggi c’è persino chi applaude, chi festeggia la morte di un avversario politico. “Se l’è cercata”: ecco il coro ripugnante. No. Non si “cerca” mai un proiettile. Mai. Le parole, anche le più dure, si combattono con altre parole. Al limite con l’insulto, la satira, la critica feroce. Se non addirittura con l’ingiuria o la diffamazione (lasciando poi la parola agli avvocati in tribunale). Ma sempre sul terreno del linguaggio. Chi passa dalle parole alle armi è sempre nel torto. Questa è la differenza tra civiltà e barbarie. Tra democrazia e giungla. Tra la forza del cervello e la violenza della mano armata. Non possiamo permetterci di tornare a vivere epoche tragiche e buie come quelle segnate dal terrorismo nero del Ku Klux Klan o da quello rosso delle Brigate Rosse. Mai più. Da epoche come queste abbiamo imparato una lezione senza tempo: le idee non si uccidono. Si affrontano. Si smontano. Si sconfiggono. Non si cancellano con il piombo.





