Dopo otto anni di amministrazione Plante, logorata negli ultimi mesi dalla crisi dei senzatetto e dal dramma degli alloggi inaccessibili, il voto del 2 novembre ha assunto il tono di un referendum sul modello di gestione della cosa pubblica e sulla visione del futuro della metropoli. Nel 2021, Valérie Plante aveva vinto con un sorriso contagioso e una promessa di freschezza politica. Anche i più scettici, pur criticando il suo ambientalismo radicale e l’espansione quasi ossessiva delle piste ciclabili, avevano finito per riconfermarla. Denis Coderre, allora, aveva tentato un maldestro ritorno in scena, senza però riuscire a convincere un elettorato che lo aveva già archiviato come espressione del passato. Quattro anni dopo, però, Montréal ha detto basta. Basta ai cantieri infiniti e al centro-città trasformato in un labirinto di lavori stradali. Basta a una rete di trasporti troppo spesso sotto pressione. Basta a una città dove l’insicurezza cresce a dismisura, gli accampamenti di senzatetto si moltiplicano e affitti e case sfuggono alla portata della classe media. Il risultato è stato chiaro: i cittadini hanno deciso di voltare pagina. Il desiderio di cambiare è stato più forte di qualsiasi appartenenza politica. Non a caso, il mondo degli affari e gli imprenditori si sono schierati apertamente con Soraya Martinez Ferrada. Senza neppure promettere mari e monti, con un programma semplice e senza particolari voli pindarici, la neo Sindaca ha ottenuto un mandato pieno e convinto, con una maggioranza solida in Consiglio comunale (34 consiglieri su 65). Il laboratorio ideologico delle utopie urbane avviato nel 2017 ha chiuso i battenti: il pragmatismo è tornato di moda. Ferrada ha vinto perché la gente non ne poteva più e ha optato per una sterzata definitiva rispetto al recente passato.
Dall’altra parte, Projet Montréal si è scavato la fossa da solo. Con il senno di poi, il partito rimpiangerà di non aver richiamato nei propri ranghi Craig Sauvé, ex consigliere e membro di spicco fino al 2021, che con la sua Transition Montréal ha intercettato circa l’8% dei voti progressisti. Un capitale politico sottratto proprio a chi ne aveva più bisogno. Senza di lui in campo, forse Luc Rabouin avrebbe potuto tenere aperta la partita. Ma Rabouin, designato erede di Plante, non ha mai avuto né il carisma né la forza simbolica per incarnare un cambio di passo. È stato percepito come la continuità di un ciclo ormai esaurito. E la città lo ha punito senza esitazioni.

A Valérie Plante resta comunque il merito storico di essere stata la prima donna a diventare Sindaca di Montréal. Oggi, Soraya Martinez Ferrada raccoglie quel testimone e lo porta ancora più lontano. È la seconda donna alla guida della città, ma la prima nata all’estero. ‘‘Sono un’immigrata. Sono una figlia della legge 101 (la Charte de la langue française, adottata nel 1977 per rendere il francese la lingua ufficiale del Québec, n.d.r.), sono una figlia di Montréal e qui mi sento a casa’’, ha detto con passione e orgoglio. Un messaggio potente per tutti noi canadesi d’adozione: in questa città, in questa provincia, in questo Paese, chi ha competenza, credibilità e forza di volontà può arrivare ovunque.
Montréal diventa così la metafora del “sogno americano” declinato in chiave canadese, dove il talento non ha accento e la diversità è un valore civico, non una categoria statistica. Un segnale che risuona forte nelle numerose Comunità culturali e linguistiche. Come dimostra anche l’elezione di Dominic Perri a Sindaco dell’arrondissement di Saint-Léonard, uno dei più “tricolori” del Canada. Sono i segni concreti di una Montréal che si evolve e cambia volto, ma non anima: una città che sa riconoscere e valorizzare chi, da cittadino adottivo, con coraggio e determinazione, ha contribuito a renderla grande.





