di Alessandra Cori
L’apicoltura non è un lavoro per “vecchi”. Infatti, in Italia il 37% di chi alleva api ha meno di 40 anni e quasi il 30% ha una Laurea nel cassetto. Ma con quest’attività si fa fatica a ottenere reddito: il margine operativo è di 2,9 euro per ogni kg di miele prodotto. Se poi si considera il lavoro non retribuito dell’apicoltore e della sua famiglia, valore non sempre semplice da determinare in maniera puntuale, allora il guadagno si riduce drasticamente. A rivelarlo è Honey Cost, l’indagine sui costi di produzione del miele realizzata dal Centro di Politiche e Bioeconomia del CREA in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Miele.
Nel 2024, quasi tutti gli indicatori economici sono risultati in calo rispetto all’anno precedente. In particolare, i ricavi delle vendite di miele sono diminuiti del 17%, a causa della riduzione di oltre il 10% delle rese e dei minori prezzi riconosciuti per alcuni tipi di miele, spiega il rapporto. Se consideriamo il biennio, poi, a fronte di una produttività ad alveare di circa 180 euro, la redditività non va oltre i 60 euro a causa dei costi operativi che superano i 120 euro ad alveare. Il sostanzioso aumento della quota di sostegno pubblico, +50% nel 2024, aiuta il settore ma non è riuscito a generare un impatto significativo perché il suo peso sui ricavi aziendali resta comunque marginale e limitato al 5%.
Nonostante tra il 2019 e il 2024 il numero di alveari sia aumentato del 24% e la produzione nazionale di miele sia cresciuta del 17% arrivando a toccare 21.850 tonnellate, l’anno scorso, come riporta il report annuale dell’Osservatorio Nazionale Miele, le aziende apistiche hanno faticato ad ottenere rese produttive sufficienti a coprire gli elevati costi di produzione. Pertanto, a fronte di aumenti a due cifre dei costi variabili e di quelli fissi, e considerato il “valore” nominale del lavoro familiare, il CREA calcola che produrre un kg di miele costi a un apicoltore 9,7 euro in media. Spese che non tutti gli apicoltori riescono a coprire.

Sulla base dei dati raccolti nell’Indagine Honey Cost, la differenza tra costo operativo e prezzo di vendita è del 32% ma, se consideriamo il costo economico, c’è margine solo per le aziende con rese superiori ai 20 kg di miele per alveare. In tutti gli altri casi il prezzo di vendita non copre i costi totali di produzione. Le associazioni degli apicoltori hanno da tempo lanciato il loro grido d’allarme. “Non ci sono più i margini per lavorare”, hanno ad esempio affermato i presidenti dei quattro Consorzi apistici delle Marche.
A complicare la situazione c’è un mercato della distribuzione poco ricettivo, che sviluppa il 35% delle vendite e deve rispondere a un consumatore particolarmente attento alla convenienza. Sebbene, come rivela un’indagine di Unione Italiana Food, nel 2024 il 36,5% degli italiani abbia aumentato il consumo di miele e le quantità comprate nella Gdo siano salite del 3,4%, per un totale di 15.977 tonnellate di miele confezionato venduto, il valore del mercato è rimasto stabile (+0,8%) fermandosi a 169 milioni di euro.
Circa metà del consumo è coperto da mieli d’importazione, perlopiù di origine extra Ue, che arrivano sul mercato a un prezzo molto inferiore a quello di produzione italiana, che è caratterizzato da un’ampia biodiversità, con oltre 30 mieli uniflorali e molti millefiori che esprimono i diversi territori da cui provengono. Sono questi i prodotti che gli italiani acquistano direttamente dalle aziende apistiche il cui ruolo commerciale resta importante e per cui la vendita diretta, nelle sue varie forme, rappresenta il principale canale di commercializzazione dei prodotti dell’alveare, dal miele alla propoli fino alla pappa reale.





