Un western teatrale che ribalta i miti del Risorgimento
Dal 17 al 25 maggio a Montréal, un viaggio teatrale che intreccia memoria familiare, identità e riscrittura storica, con Michaela Di Cesare e Daniele Bartolini
MONTRÉAL – Dal 17 al 25 maggio 2025, il Teatro Mirella e Lino Saputo del Centro Leonardo da Vinci di Montréal ospiterà la prima assoluta di MICKEY & JOE (Good. Bad. Ugly. Dirty.), una nuova e provocatoria produzione firmata dalla drammaturga e attrice Michaela Di Cesare, con la regia di Daniele Bartolini.
Frutto della collaborazione tra Theatre Ouest End e la Fondazione Comunitaria Italo-Canadese (FCCI), lo spettacolo si presenta come uno spaghetti western teatrale, audace e politico, che esplora temi cruciali come la costruzione nazionale, la memoria storica e l’identità culturale.
Al centro della scena, due figure leggendarie – Dirty Mickey e Joe – si confrontano in un limbo sospeso tra storia e mito. Lei, fuorilegge cancellata dai libri di scuola, rappresenta la brigantessa Michelina di Cesare, antenata di Michaela. Lui, eroe glorificato del Risorgimento, è una reinvenzione di Giuseppe Garibaldi. Ne nasce un duello dialettico e fisico che scardina la narrazione ufficiale dell’unificazione italiana.
Ma dietro questo affondo teatrale si cela anche una scoperta personale e inaspettata, che ha dato vita al progetto. Ne abbiamo parlato con Michaela Di Cesare e Daniele Bartolini, in una doppia intervista che ci ha permesso di entrare nel cuore creativo e politico dello spettacolo.

Michaela Di Cesare

Michaela, come nasce questa storia? Come hai scoperto di essere discendente della brigantessa Michelina Di Cesare? “Sono calabrese da parte di mamma e campana da parte di papà. E Michelina era un’antenata di mio padre. Anche lei, come lui, veniva da Mignano Monte Lungo (Caserta). È stato un caso strano: una spettatrice, cercando di acquistare i biglietti di un mio spettacolo, ha digitato ‘Michelina Di Cesare’ al posto del mio nome, trovando la foto della brigantessa. Pensava fossi io in costume di scena! Non conoscevo affatto la sua storia. Così ho cominciato a documentarmi, sono andata a Mignano, ho parlato con la gente, visitato il museo del brigantaggio, e da lì è iniziata la mia ricerca”.
Tuo padre ti ha mai parlato di Michelina? “No, e trovo che questa sia la ricchezza dello spettacolo, il fatto che in famiglia non sapevamo nulla di lei. È un parallelismo con la diaspora italiana: così come io non avevo idea di chi fosse Michelina, molte persone che hanno lasciato l’Italia in quel periodo, o subito dopo, non conoscono davvero la storia dell’unificazione, quello che è successo al Sud, le perdite che ha subito. Ritornare a Mignano Monte Lungo, mi ha fatto capire che, per molte persone, è ancora una ferita aperta. In tanti non hanno dimenticato quanto successo realmente”.
Che ruolo ha la finzione nel tuo lavoro, in un racconto che parte da una base storica? “Nel mio teatro parto sempre da qualcosa di vero, ma poi la reinterpreto. Michelina è una figura di cui si sa veramente poco: durante l’unificazione e la Seconda guerra mondiale, tutti i suoi documenti sono andati distrutti. Allora mi sono affidata alla testimonianza orale, ma anche alla mia immaginazione. Mi interessa la verità letteraria, non quella storica. Come dice Elena Ferrante, è quella che emoziona davvero”.
Oltre ad aver scritto la pièce, hai deciso di interpretare anche Dirty Mickey, ovvero Michelina. Come vivi questo dualismo tra drammaturga e attrice? “Tutti i miei colleghi,
mi hanno sempre consigliato di tenere separate le due cose, e capisco il perché. Ma in questo caso era diverso: Michelina è parte della mia famiglia, della mia storia. Non potevo immaginare nessun’altra al mio posto. Dirty Mickey è una reinvenzione della sua figura: un’eroina ribelle, ironica, cruda, che sfida la memoria ufficiale”.
Perché hai voluto un team artistico composto interamente da italo-canadesi? “Volevo che la storia fosse raccontata da chi ha un legame autentico con questi temi. Io sono nata qui, Daniele (il regista) si è trasferito da Firenze, Matteo (l’attore che interpreta Joe) è italiano e vive in Italia. Abbiamo prospettive diverse, ma complementari. Ci sono anche Davide Chiazzese, Andrea Gozzi, Sabrina Louise Miller, Cara Rebecca… ognuno di loro porta una parte di questa identità frammentata che però, insieme, racconta qualcosa di universale”.
Lo spettacolo sarà multilingue? “Sì, in inglese, italiano e dialetto napoletano. Come la nostra storia: frammentata, ibrida, ma autentica”.

Daniele Bartolini

Daniele, come sei arrivato a questo progetto? “Conoscevo il lavoro di Michaela e ci siamo incontrati artisticamente. Io vivo tra Italia e Canada da 12 anni, e mi interessa molto esplorare la risonanza che le narrazioni storiche italiane hanno qui, nella diaspora. Michaela ha fatto un lavoro enorme: il testo è suo, io ho fatto solo da sounding board.”
Cosa ti ha colpito del copione? “La capacità di spostare la narrazione del Risorgimento e di metterla in discussione. C’è una tendenza globale oggi a riesaminare i momenti storici sotto nuove luci, a dare voce a chi ha subito delle ingiustizie. Questo spettacolo fa esattamente questo, ma in modo teatrale, simbolico, potente…”.
Dal punto di vista tecnico, come hai affrontato la messa in scena? “Con molta multimedialità. Abbiamo girato scene in stile spaghetti western che si alternano alla performance dal vivo. C’è un chiaro omaggio a Sergio Leone, ma anche momenti più intimi e storici, con materiali d’archivio, video rielaborati dal nostro videodesigner Davide Chiazzese. È un mix tra teatro, cinema e installazione, ma sempre accessibile”.
Qual è il messaggio che volete lasciare al pubblico? “Che la Storia non è mai neutrale. E che anche la diaspora ha il diritto – e il dovere – di interrogarsi sulle proprie radici. Il passato italiano è complicato e ancora poco conosciuto, specialmente qui in Nord America. Questo spettacolo è un primo passo per aprire quella conversazione”.
Mickey& Joe non è solo un’esibizione teatrale, ma anche una sfida alle verità storiche mainstream: un viaggio tra mito e memoria, pensato per scuotere e coinvolgere lo spettatore. L’obiettivo è far emergere la complessità della storia e riscoprire una pagina d’Italia troppo spesso rimossa, raccontata attraverso il linguaggio potente del teatro.
Un’esperienza da vivere dal vivo.





