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L’esempio vincente degli accordi con il Canada

VINO ITALIANO NEL MONDO

 

di Alessandra Cori

 

Si parla tanto dei possibili effetti positivi che gli accordi sugli scambi commerciali con l’area MERCOSUR e quelli con l’India e l’Australia potrebbero avere sull’export di vino italiano, alle prese con i dazi americani e più in generale con il calo dei consumi. Un esempio di successo in questo senso è invece sotto gli occhi di tutti e si tratta dell’accordo con il Canada che va sotto il nome di CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement).

 

Infatti, dopo la sua entrata in vigore nel 2017, i vini europei hanno registrato una crescita media annua del 5,1% nel mercato canadese, a fronte del +1,4% dei vini extra-UE.

 

È questo il dato principale che emerge da uno studio del Centro Studi Fondosviluppo/Confcooperative presentato al Vinitaly da Confcooperative in collaborazione con ICE Agenzia e sotto il patrocinio del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, e che ha coinvolto 50 cantine cooperative e oltre 90 buyer internazionali, secondo i quali l’accordo ha segnato un rafforzamento strutturale del posizionamento europeo in un mercato ad alto potere d’acquisto e sempre più orientato alla qualità come quello canadese.

 

“A dieci anni dalla ratifica del CETA -ha sottolineato Raffaele Drei, presidente di Confcooperative- l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada si conferma uno strumento decisivo per la crescita e il rafforzamento competitivo del vino italiano e dell’intero agroalimentare nazionale, un accordo che ci ha consentito di consolidare la presenza del Made in Italy e di ridurre il gap con i principali competitor”.

 

Il CETA ha contribuito in modo significativo all’espansione delle esportazioni europee e italiane, in particolare nei comparti ad alto valore aggiunto e identitario. Uno degli elementi più rilevanti riguarda il rafforzamento della tutela delle indicazioni geografiche protette. Infatti, prima del CETA la protezione nel rapporto UE-Canada era limitata a vini e distillati, mentre con l’accordo è stata estesa a 171 denominazioni agroalimentari, di cui 41 italiane, che rappresentano circa il 98% del valore dell’export italiano di DOP e IGP verso il Canada.

 

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Dallo studio emergono poi altri dati significativi per le esportazioni di vino dall’Italia. Basti pensare che l’eliminazione del dazio canadese del 6,9% ha contribuito a incrementare le esportazioni di bevande, trainate dal vino, che hanno raggiunto la cifra di oltre 120 milioni di euro medi annui nel periodo post-CETA. La quota di mercato dei vini italiani in Canada è salita dall’8,2% nel 2013 al 10,7% stimato nel 2029. Il confronto internazionale conferma la solidità della dinamica italiana: mentre Francia e Italia rafforzano la propria leadership, altri esportatori come Australia e Cile perdono terreno, a conferma di come il nuovo assetto commerciale creato dal CETA abbia premiato in particolare l’offerta europea.

 

“Il ritorno di politiche protezionistiche -ha detto Drei- sta rendendo sempre più instabili i mercati internazionali. In questo scenario, al contrario, il Canada si attesta come partner affidabile e strategico. Il CETA ha consentito alle imprese italiane di diversificare i mercati di sbocco, riducendo i rischi e rafforzando la resilienza del nostro export. È la dimostrazione concreta di come gli accordi di libero scambio, se ben costruiti, possano sostenere crescita, qualità e competitività del Made in Italy”.

 

Infine, lo studio non poteva non ricordare i numeri di Confcooperative nel mondo del vino con 266 cantine e consorzi cooperativi, 100mila soci viticoltori, 5,2 miliardi di euro di fatturato aggregato di cui 1,8 generato dall’export. Sono 100 le cantine e i consorzi con valore della produzione superiore a 10 milioni di euro. Nell’ultimo anno le cooperative vitivinicole hanno investito 395 milioni di euro in sostenibilità ambientale.

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