‘night, Mother di Vittorio Rossi al Centro Leonardo da Vinci

La produzione MAGJUSJEN Entertainment, con il sostegno di Barry F. Lorenzetti, mette in scena il tema della depressione e del suicidio nel celebre testo di Marsha Norman
MONTRÉAL – Il colpo di pistola che risuona nel teatro è improvviso, assordante, definitivo. Per un istante il tempo sembra fermarsi. In sala cala un silenzio gelido, quasi irreale. È il momento che tutti temevano e che, fino all’ultimo secondo, avevano sperato che non accadesse. Ma il finale di ‘night, Mother non concede vie di fuga né consolazioni. Non esiste il lieto fine. E forse è proprio questa la sua forza. La celebre opera della drammaturga americana Marsha Norman, vincitrice del Premio Pulitzer nel 1983 e successivamente adattata per il cinema con Sissy Spacek e Anne Bancroft, è andata in scena dal 10 al 13 giugno al Teatro Mirella e Lino Saputo del Centro Leonardo da Vinci di Montréal, in una produzione di MAGJUSJEN Entertainment sostenuta da Barry F. Lorenzetti e diretta dal regista italo-canadese Vittorio Rossi. Il Cittadino Canadese ha assistito alla rappresentazione riservata ai media dell’11 giugno.

Vittorio Rossi, Susan Fuda, Kate Hagemeyer ed Eric Mongerson – Foto crediti: Ambrous Young
L’intera vicenda si svolge in una semplice cucina-soggiorno di una casa isolata. Un ambiente ordinario che diventa il teatro di una tragedia annunciata. Jessie, una donna segnata dall’epilessia, da un matrimonio fallito e da una profonda depressione, comunica alla madre Thelma la propria decisione: quella sera stessa porrà fine alla sua vita. Da quel momento prende forma un dialogo intenso e doloroso che dura novanta minuti senza intervallo. Jessie sistema la casa, lascia istruzioni pratiche, indica dove trovare gli oggetti necessari, organizza ogni dettaglio per il futuro della madre. Thelma, inizialmente incredula, tenta in ogni modo di convincerla a cambiare idea. Le due donne scavano nei ricordi, nei rimpianti e nelle incomprensioni di una vita condivisa. Emergono segreti familiari, confessioni mai pronunciate e ferite mai rimarginate. La madre si spoglia delle proprie difese e ammette verità custodite per anni (come quella di non aver mai amato il marito). Cerca disperatamente un appiglio, una ragione, una speranza. Ma ogni tentativo sembra infrangersi contro la determinazione della figlia. Lo spettatore assiste impotente a una battaglia emotiva in cui l’amore materno, pur immenso e incondizionato, non riesce a sconfiggere il dolore profondo della malattia mentale.

Quando Jessie si chiude nella sua stanza e gira la chiave nella serratura, la conclusione appare inevitabile. Il colpo di pistola finale non è soltanto la fine della protagonista: è la sconfitta di tutti coloro che hanno cercato di salvarla. La rappresentazione affronta con straordinaria lucidità temi delicati come la depressione, l’isolamento, la disperazione e il suicidio, senza ricorrere a facili sentimentalismi. Lo spettatore viene costretto a confrontarsi con una realtà scomoda e spesso taciuta, quella delle sofferenze interiori che possono restare invisibili anche agli occhi delle persone più vicine.
Non è un caso che il progetto abbia trovato il sostegno della Fondazione Barry F. Lorenzetti, da anni impegnata nella sensibilizzazione sui temi della salute mentale. Nel messaggio rivolto al pubblico, il fondatore Barry F. Lorenzetti ha sottolineato come il teatro possieda la straordinaria capacità di portare alla luce sofferenze spesso vissute nel silenzio, favorendo comprensione, dialogo ed empatia. Anche Vittorio Rossi, nelle sue note di regia, ha evidenziato la straordinaria attualità del testo di Marsha Norman. “Non ci sono cattivi né grandi effetti teatrali – scrive Rossi – ma soltanto due persone che cercano, a modo loro, di comprendersi prima che il tempo finisca”. Una scelta registica improntata alla sobrietà e all’autenticità, che lascia spazio alle parole, ai silenzi e alle emozioni. Sul palco, le interpretazioni di Alarey Alsip nel ruolo di Jessie e Pauline Little in quello della madre hanno sostenuto con intensità emotiva l’intero spettacolo, mantenendo costante la tensione narrativa dall’inizio alla fine. A completare il team creativo e tecnico della produzione figurano
Susan Fuda nel ruolo di producer e Sue Dabrowski, chief of staff di Barry F. Lorenzetti, oltre a Maria Arciero, Eric Mongerson, Kate Hagemeyer, Milva Franzini, Noah Labranche e Jon Verrall.
Tra il pubblico erano presenti numerosi esponenti della Comunità italo-canadese e personalità del mondo culturale e associativo, tra cui il Presidente del Centro Leonardo da Vinci Joe Pannunzio; il futuro (sarà operativo dal 6 luglio) direttore generale Joe Cacchione; il Presidente della Fondazione Comunitaria Italo-Canadese, Joseph Broccolini e l’avv. Maria R. Battaglia, presidente del Congresso degli Italo-Canadesi del Québec e del CRAIC, accompagnata dal marito, l’avv. Umberto Macri.
Al termine della serata gli applausi sono stati lunghi e sentiti. Non erano però gli applausi di chi esce divertito da uno spettacolo. Erano quelli di un pubblico profondamente toccato, costretto a riflettere su una realtà che riguarda molte più famiglie di quanto si sia disposti ad ammettere.





