Come tutti gli emigranti che tornano al loro paese, anch’io sento il bisogno di visitare il cimitero e portare dei fiori ai miei morti. Il cimitero di Canicattini Bagni è rinomato per gli splendidi mausolei della parte vecchia che contrastano con i cunicoli sulle pareti della parte più recente. Sono entrato dal cancello principale e, sotto un sole cocente, mi sono avviato lungo un ampio viale con una serie di pini tutti della stessa dimensione e forma. Il culto dei morti è forse troppo esagerato in Sicilia ed ha anche un’influenza su di me che, per rispetto, ho indossato pantaloni lunghi e camicia bianca sfidando i 35°C della settimana scorsa.
Ad una trentina di metri dall’entrata ho sostato davanti alla camera mortuaria che serviva ad ospitare la bara prima della sepoltura, adesso vi si conservano gli attrezzi per il giardinaggio. Una strana storia, certo una leggenda, è affiorata dall’oscurità dei ricordi. Me l’aveva raccontata mio padre in una delle sue tante storie e imprese che mi facevano restare a bocca aperta.
Erano forse gli anni trenta. Durante una serata d’inverno, quattro giovani spavaldi vollero mostrare il loro coraggio entrando nel cimitero buio per piantare un chiodo sulla bara del morto. “Zu ‘Nzulu” era morto tre giorni prima e il suo corpo era stato sistemato nella camera mortuaria come d’abitudine. L’impresa doveva aver luogo a mezzanotte e il più coraggioso avrebbe vinto la scommessa ottenendo il montante che avevano messo come trofeo. Davanti al cancello chiuso, il desiderio di mostrare il proprio coraggio si era affievolito e nessuno dei quattro osava prendere l’iniziativa.

Peppino, quello più esuberante, afferrò infine il martello e il grosso chiodo con un sorriso di scherno, come per dire: “Non ho paura neanche del diavolo, figuratevi se un morto può spaventarmi”.
Una mezza luna appariva a tratti tra le nubi e il tempo trascorso a decidere chi avrebbe tentato l’impresa li aveva assuefatti anche al buio. Peppino si arrampicò sul cancello con agilità e lo scavalcò evitando le punte di ferro che sporgevano in alto quasi a trafiggere le nuvole. Con il martello ben stretto sulla destra e il chiodo sulla sinistra, nessuno avrebbe potuto spaventarlo, neanche un fantasma; si sentiva sicuro, solo che non riusciva a calmare i battiti del cuore che erano raddoppiati. Sentiva gli altri miagolare, soffiare, battere le sbarre del cancello con una pietra, ma tutti i tentativi per farlo ritornare non facevano altro che aumentare la volontà di mostrare che era il più coraggioso. Allora non c’erano i pini, solo degli oleandri che si piegavano quando il vento spirava a folate più forti. Si fermò davanti alla porta della camera mortuaria, guardò indietro verso il cancello che era scomparso nel buio e sperò che la porta fosse chiusa a chiave. Il dubbio sparì quando con una spintarella la vecchia porta si aprì scricchiolando; perché la lasciavano sempre aperta? il morto non sarebbe certo scappato dalla bara. Adesso era il momento più difficile. Scorgeva appena il bagliore del lenzuolo bianco che avvolgeva il morto. I rumori dei suoi compagni erano coperti dal battito del suo cuore che sembrava impazzito; credeva di sentirli lo stesso, o era solo frutto della sua immaginazione? Tirò un gran sospiro e, con mano tremante, cercò il legno della bara, vi appoggiò il braccio sinistro e mise il chiodo sulla stoffa ruvida. Il primo colpo rimbombò come un cannone, atri colpi seguirono fino a quando il chiodo fu ben conficcato nel legno. Tirò un sospiro di sollievo, ce l’aveva fatta! Si mosse di scatto verso la porta che il vento aveva chiuso e sentì una strana forza trattenerlo. Uno strappo più forte fece cadere la bara e fuoruscire il morto. Ebbe l’impressione che quelle mano fredde lo bloccavano dove aveva messo il chiodo. Nella foga non si era accorto che aveva inchiodato sulla bara anche un lembo della sua vecchia giacca. Cercò di urlare, ma la voce gli si smorzò in gola. Perché il morto lo tratteneva? Voleva portarlo con lui in inferno per aver profanato il cimitero? Uno strappo più violento lasciò un pezzo di giacca sulla bara e riuscì finalmente ad uscire. Arrivò al cancello ansimante, i suoi compagni erano scomparsi, si arrampicò e per poco non fu trafitto da una di quelle frecce d’acciaio.
Ancora adesso mi chiedo perché mio padre aveva voluto raccontarmi quella storia; per farmi capire che bisogna rispettare i morti? Per avvertirmi di non profanare i luoghi sacri come i cimiteri? Oppure solo per farmi sorridere? Il mistero rimarrà per sempre irrisolto. Io mi ricordo solo che quella notte non riuscii a dormire.





