Il Giorno del ricordo
La scrittrice giornalista di Trieste, V. Facchinetti, ha dedicato uno studio importante agli italo-canadesi originari delle terre del Nord Est adriatico. L’opera, apparsa nel 2006 in italiano, “C’era una sVolta. Storie e memorie di emigrati giuliano-dalmati in Canada”, è stata riproposta di recente in lingua inglese: “…And tears wet their roots; Stories and memories of Julian-Dalmatians emigrants in Canada”.
Erano quasi tutti in età ormai matura già nella primavera del 2004 quando a Chatham, Hamilton, Toronto, Ottawa, Montréal ebbe luogo questa serie d’incontri. E oggi, al momento della lettura della versione inglese del libro, diversi di loro non sono più tra noi, a causa degli implacabili effetti del trascorrere del tempo.
Cosa dire se non che con la morte di questi ultimi testimoni morirà un mondo? Quel mondo era stato già spazzato via, anni prima, con l’annessione alla Jugoslavia e la pulizia etnica e la snazionalizzazione antitaliana ad opera del comunismo titino [= di Tito]. La loro terra di nascita era stata slavizzata cambiando nome, lingua e cultura. Ma quel mondo originario, di forte impronta italo-veneta, era rimasto integro nel loro essere, nella loro anima. Istria, Fiume, Zara erano infinitamente più che un caro ricordo per coloro che vi erano nati, e che poi, in massa, erano andati via per salvaguardare la propria identità di italiani sottraendola al rullo compressore slavo comunista.

L’antico mondo era rimasto dentro di loro con i suoi colori più belli, cui però si accompagnava il colore rosso del sangue. Penso ai miei genitori che a Pisino vi avevano lasciato il cuore; a Pisino, non a Pazin, abitata ormai da un popolo estraneo. “Non posso tornarvi – furono le parole testuali di mia madre – perché il cuore mi si schianterebbe in petto vedendo degli stranieri nelle nostre case.”
L’amatissima Pisino, dove sono nato anch’io, rimase per sempre dentro di loro: fino alla loro morte, avvenuta a casa mia, in Canada. Una Pisino che avevano interiorizzato come si interiorizzano gli esseri a noi cari che non ci sono più, ma che poi, col sopraggiungere della nostra morte, muoiono anch’essi per sempre.
I ricordi degli emigranti delle altre regioni italiane sono rivolti ad una realtà che è continuata a vivere; trasformandosi, sì, ma rimanendo storicamente se stessa nella sua continuità, con la sua lingua, con il suo passato, con i suoi monumenti, con i nomi inalterati delle sue strade, delle sue piazze, delle sue fontane, dei suoi cari luoghi. Invece dai nostri luoghi, i mani, i lari, i penati sono stati scacciati via dalla violenta pulizia etnica, culturale, storica slava.
I normali emigranti ritornano al luogo natìo sapendo di ritrovarlo cambiato. Cambiato sì, e anche in meglio, ma con tante tracce antiche sempre presenti. Nessuno ritornandovi piangerà vedendo il mutamento. Nessuno ravviserà nelle alterazioni dell’immagine antica i segni di un’avvenuta morte; perché il cambiamento in Italia nelle varie località è stato normale, come avviene per tutto ciò che continua a vivere ma che cambia perché paga il prezzo del trascorrere del tempo. A Pisino, invece, neppure il castello di Montecuccoli, anche se è rimasto intatto sull’orlo della Foiba, ha più la stessa anima e mai più l’avrà: l’anima di una storia collettiva antica cui ha posto fine irrimediabile il nostro esodo di massa. A Pisino, l’agonia, preludio alla morte, avvenne quando il castello di Montecuccoli, nel settembre del 1943, fu trasformato in una prigione per gli italiani. Una prigione da cui si usciva presto ma solo per andare alla morte. E come a Pisino, nelle terre dell’Istria, Fiume, Dalmazia, la morte delle foibe, e a Zara i bombardamenti a tappeto e le uccisioni con la pietra al collo e l’inabissamento in mare, hanno scacciato via per sempre l’antica anima dei luoghi.





