Il fatto che mi accingo a raccontare può sembrare banale, ma mi dà lo spunto per delle considerazioni sul comportamento del genere umano, in particolare sulla solitudine scelta o obbligata.
Ogni volta che devo risolvere un problema o sfuggire ad un momento di ansia, sento necessario il contatto con gli alberi. Il mio posto preferito era un parco a due passi da casa, ma la sua ristrutturazione mi ha tolto il piacere di trovare la sensazione di comunione con i maestosi aceri, pini, cespugli e la natura tutta, così ho deciso di cambiare e un paio di giorni fa ho trovato un altro parco dove c’è ancora la possibilità di una meditazione solitaria. Immerso nell’atmosfera della primavera, quando ancora le foglie sono piccole o assenti, mi sono inoltrato in un sentiero della boscaglia circostante. Un po’ distante, nascosto appena da qualche ramo e dai tronchi spogli, un vecchio barcollante sotto il peso di due sacchi pieni di chissà quali strani oggetti, ha attirato la mia attenzione; certamente un barbone senza dimora. Un giaccone rosso, vecchio e scolorito, un paio di jeans così larghi che avrebbero potuto contenere due persone, i capelli arruffati e una barba a metà bianca e a metà rossiccia che scendeva fino al petto, mostravano la sua emarginazione e il rifiuto dei beni materiali. Improvvisamente è scomparso. Non poteva essere un fantasma o un extraterrestre, così ho deciso di scoprire dove si era volatilizzato.

Sono arrivato davanti a quella che sembrava un’entrata e, appeso ad un ramo, c’era il giaccone rosso. Sono entrato ed ho notato i mille oggetti disposti su tavoli sgangherati, sedie fatte rozzamente di tronchi e corde vecchie, un telone di plastica bianca appeso a far da riparo alla pioggia, una teiera su una roccia enorme e appiattita sopra, in fondo un’altra apertura. Il tutto era rinchiuso da tronchi ammassati l’un l’altro così da formare delle pareti. Mentre guardavo a bocca aperta, una voce profonda mi fece ammutolire: “Qu’est-ce que vous faites ici, taber….”, urlò il vecchio entrando.

Cercai di giustificare la mia presenza accennando al fatto che stavo scrivendo un articolo sui senza tetto per un giornale italiano. Mi sorrise mostrando i denti ingialliti e mi chiese di sedermi mentre avrebbe preparato del tè.
Rifiutai le sue offerte e gli chiesi di raccontarmi la sua storia, cosa l’aveva spinto a rifugiarsi in un bosco, come passava il tempo nella solitudine senza qualcuno con cui scambiare una parola.
“Non ho bisogno di nessuno per campare e quello che ho mi basta”. Il suo comportamento era mutato e si esprimeva in un buon francese. Era contento che qualcuno si interessasse alla sua storia.
“Tanti anni fa, insegnavo in una scuola secondaria a Chicoutimi. Allora tutto mi sembrava facile e mi piaceva il mio lavoro, fino a quando una studentessa mi accusò di averla molestata. Poi un’altra e un’altra ancora… Ma questo non devi metterlo nel giornale”. Abbassai la testa per rassicurarlo. “Lo sai come sono le ragazzine quando ti vogliono eccitare: gonne cortissime, scollatura all’ombelico, sorrisi maliziosi… Che potevo fare? È vero che non ho resistito, ma tutto è stato causato dalla loro sfrontatezza…”. La sua giustificazione mi lasciò perplesso. Mi parlò poi del processo, degli anni spesi in prigione, il ritorno alla libertà, un matrimonio sbagliato, due figli che lo ignoravano, la moglie che si drogava e che non vedeva da anni, i lavori saltuari e l’arrivo a Montréal.
Lo ascoltavo in silenzio sorpreso per la sua indifferenza davanti a tanta crudeltà e miseria. Alla fine terminò il suo racconto con una frase sorprendente: “In mezzo a tanta sfortuna, ho appreso che la vita vale essere vissuta com’è, che possiamo fare tutti i progetti che vogliamo ma che in questo garbuglio umano la cosa più saggia è di accettare le cose come sono e se non ti conviene vivere con gli altri in una società ipocrita, è meglio vivere da soli nella natura.”
Gli lasciai venti dollari e lo ringraziai per avermi confidato una parte del suo vissuto. Ancora adesso mi domando chissà quante storie avrebbe potuto raccontarmi e quanti misteri si annidano nella testa di quell’uomo solitario.





