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GUERRA IN IRAN | L’equilibrismo di Carney

Mark Carney affronta una delle prove più complesse e imprevedibili della sua giovane esperienza da Primo Ministro: trovare una posizione credibile sul conflitto che contrappone gli Stati Uniti e Israele all’Iran senza alienarsi gli alleati, l’opinione pubblica canadese e, soprattutto, la Casa Bianca, da cui dipende in larga misura la stabilità economica del Paese degli Aceri. Finora il risultato è stato un esercizio di equilibrismo che ha fatto storcere il naso a molti. Prima il sostegno ai bombardamenti americani e israeliani, giustificati con la necessità di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. Pochi giorni dopo, una mezza retromarcia: i raid, definiti “incompatibili con il diritto internazionale”, sono stati appoggiati “con rimpianto”. Successivamente, Carney non ha escluso categoricamente un coinvolgimento militare canadese, dichiarando che Ottawa “sosterrà i nostri alleati, quando avrà senso farlo”. A conferma, la settimana scorsa il capo di Stato Maggiore canadese, la Generale Jennie Carignan, ha dichiarato che “i nostri partner del Golfo potrebbero richiedere difesa e supporto”.


Le giravolte di Carney hanno scatenato critiche su più fronti. I Conservatori parlano apertamente di posizioni “incoerenti” e “contraddittorie”. Ma il malcontento si fa sentire anche nel Partito Liberale. Lloyd Axworthy, Ministro degli Esteri tra la fine degli anni Novanta e inizio Duemila, ha ricordato sul Toronto Star che il Canada rifiutò di seguire Washington nell’invasione dell’Iraq nel 2003: “Stiamo abbracciando la dottrina che allora abbiamo respinto”, ha scritto senza mezzi termini.

 

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Ridurre tutto a opportunismo sarebbe, però, superficiale. Carney governa in un contesto di eccezionale pressione. Proprio nel luglio 2026 è prevista la revisione dell’intesa commerciale nordamericana (ACEUM), pilastro dell’economia canadese: circa 3/4 delle esportazioni finiscono negli USA e oltre l’85% degli scambi bilaterali entra nel mercato americano senza dazi, proprio grazie a questo accordo. Un dossier delicatissimo, soprattutto con Donald Trump alla Casa Bianca, che non ha mai nascosto di considerare le tariffe doganali uno strumento di pressione politica, nonostante la recente sentenza della Corte Suprema. Come sintetizza Thomas Juneau, analista de The Globe and Mail: “Il Canada non ha nulla da guadagnare da questa guerra, ma rischia molto se decidesse di sfidare Washington nel momento sbagliato”. È su questo filo sottile che Carney cammina con il fiato sospeso. Il Canada non partecipa direttamente all’operazione militare — lo ha chiarito la Ministra degli Esteri Anita Anand — ma evita anche una condanna diretta e frontale che potrebbe irritare Donald Trump. Intanto gli alleati occidentali si muovono: le basi britanniche ospitano bombardieri americani per raid “difensivi” (un B-1 Lancer, capace di trasportare 24 missili da crociera, è atterrato nel Regno Unito venerdì scorso); la Francia rafforza la propria presenza nella regione dopo che una sua base negli Emirati è stata colpita da Teheran; e la Germania si prepara a misure difensive. Mentre l’Occidente prova in qualche modo a ricompattarsi, Ottawa rischia di restare in un limbo ambiguo.

 

Sembra già lontano il discorso pronunciato da Carney a Davos, in Svizzera, lo scorso gennaio, quando invocò una coalizione di “potenze medie” per contenere le derive delle grandi potenze. Una cornice politica suggestiva, rivolta implicitamente a Trump, che agitava perfino lo spettro dell’annessione della Groenlandia. Roland Paris, dell’Università di Ottawa, osserva però che si trattava più di una visione valoriale che di una strategia concreta: quando principi e interessi entrano in collisione, le idee rischiano di restare sulla carta. Anche l’opinione pubblica canadese è divisa. Secondo un sondaggio Angus Reid, il 48% dei cittadini si oppone ai bombardamenti, il 35% li sostiene e il 17% è indeciso. Carney deve tenere insieme un Paese spaccato, un partito inquieto, alleati che si muovono in ordine sparso e un vicino del Sud capace di scuotere l’economia con un semplice post su Truth Social. In questo contesto, l’equilibrismo del Primo Ministro non è un errore di postura geopolitica, ma la fotografia di un Canada sospeso tra diplomazia e pragmatismo, alla ricerca di un equilibrio instabile nel nuovo disordine globale.

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