Sapevo che EL NIÑO era il termine spagnolo di “Bambino”, poi ho scoperto che è anche il nome di una corrente calda che scivola lungo la costa occidentale del Sud America. Ho visto il mare delle Hawaii, ho nuotato nelle acque del Costar Rica, ho osservato l’immensa distesa blu al confine delle Ande in Perù e nel Cile mi sono avventurato tra gli scogli per osservare squali e pesci strani: un mare dallo stesso nome a distanze enormi e che in modo ingannevole chiamiamo PACIFICO. Osservando l’accavallarsi delle onde nelle Hawaii, la distesa calma delle acque lungo le coste del Sud America, non mi ero mai chiesto l’effetto che le sue correnti ha sul mondo intero. Mi accorgevo soltanto che le nuvole si addensavano sulle Ande in una meraviglia scenografica, e deducevo che erano causate dal vapore proveniente da quel mare. Adesso…
Una notte qualunque, lungo la costa del Perù, i pescatori si accorgono che l’acqua diventa più calda, i banchi di pesci si diradano, il respiro del mare cambia direzione e un pericolo imminente aleggia nell’aria: arriva El Niño, che da secoli raggiunge quelle coste e cambia il clima della terra.
Quando El Niño si attiva, il pianeta intero ne sente il respiro:
Sud America: piogge torrenziali, alluvioni, frane;
Australia e Indonesia: siccità, incendi, raccolti compromessi;
India: monsoni indeboliti;
Nord America: inverni più miti in Canada, più piogge nel sud degli Stati Uniti;
Africa orientale: precipitazioni abbondanti;
Africa australe: siccità severa;
Oceani: sbiancamento dei coralli, migrazioni anomale, collasso delle popolazioni ittiche.

La causa è da attribuire alla variazione degli alisei, i venti che spingono l’acqua calda verso l’Indonesia. Quando diventano più leggeri, anche con una piccola variazione, l’equilibrio dell’oceano viene alterato, la massa d’acqua calda scorre come un fiume verso le coste del Sud America, riscaldando il Pacifico orientale di qualche grado. L’atmosfera, sensibile come un filo teso sotto tensione, reagisce immediatamente: cambiano le piogge, cambiano i venti, cambiano le temperature.
Alle Hawaii, i ricercatori hanno osservato un’anomalia sottile: l’acqua diventa più calda del previsto, come se il mare trattenesse un calore che nongli appartiene. In Costa Rica, i pescatori avvertono le correnti che cambiano direzione troppo presto nella stagione. In Perù e in Cile, lungo la costa, che da secoli vive in simbiosi con l’oceano, il Pacifico comincia a diventare più caldo, più inquieto, più silenzioso.
È sempre lo stesso oceano, ma è attraversato da autostrade invisibili di acqua calda, corridoi che trasportano segnali e avvertimenti da un capo all’altro del mondo. Ogni volta che leggo quei dati, o ascolto quelle testimonianze, ho la sensazione che qualcosa di antico si stia muovendo sotto la superficie, preparando un cambiamento che porterà scompiglio e distruzione.
Quello che accade alle Hawaii, in Costa Rica, in Perù e in Cile non è un insieme di coincidenze locali, è lo stesso oceano che cambia comportamento lungo migliaia di chilometri, come se correnti calde e persistenti stessero percorrendo autostrade invisibili sotto la superficie. E ogni volta che queste autostrade si attivano, qualcosa nel grande equilibrio del Pacifico si sposta.
Gli scienziati lo chiamano El Niño, la fase calda di un ciclo climatico complesso che unisce oceano e atmosfera in un’unica danza.
È un meccanismo antico, ma ogni volta sembra nuovo.
Ogni volta sembra più intenso.
Ogni volta porta con sé un presagio.
E mentre osserviamo questi segnali — le anomalie termiche, le correnti che cambiano direzione, le stagioni che si scompongono — una domanda si insinua, inevitabile e scomoda: siamo in parte responsabili dei cambiamenti climatici?





