di Alessandra Cori
Nonostante i dazi Usa e le incertezze internazionali, il settore dei formaggi Made in Italy ha chiuso il 2025 con il record nelle esportazioni per un valore pari a 6,7 miliardi di euro e registrando un aumento del 4,6% sul 2024. Un trend positivo che, a criticità immutate, sta proseguendo anche nel corso del 2026. Infatti, nei primi tre mesi dell’anno le vendite all’estero sono cresciute di un altro 3,8%. Un risultato che è riuscito a compensare il calo dell’11,4% degli Usa con gli aumenti in Germania (+7,8%), Spagna (+5,2%), Regno Unito (+4,5%), Francia (+3,3%), Canada (+22,2%) e Giappone (+13,6%).
I dati sull’export sono stati tra i dati forniti al centro dell’assemblea di Assolatte, l’associazione delle industrie del settore lattiero caseario, che si è svolta lo scorso 18 giugno a Milano.
“Sul fronte internazionale – commenta il presidente di Assolatte, Paolo Zanetti – la forza competitiva dell’industria lattiero casearia italiana emerge con chiarezza. Con 2 miliardi di esportazioni extra Ue, l’Italia ha superato la Nuova Zelanda ed è oggi il secondo esportatore caseario mondiale per valore, dopo gli Usa”. Oltre quattro miliardi di fatturato maturato all’estero sono invece realizzati sui mercati europei che assorbono oltre 479 mila tonnellate di formaggi. Il settore ha così raggiunto un giro d’affari di 28,5 miliardi e rappresenta l’11% dell’export e l’11% del fatturato alla produzione dell’intera industria alimentare italiana e il 9% degli addetti con oltre 43mila lavoratori.
L’industria del latte e dei formaggi ha inoltre un importante ruolo di capofila nella filiera visto che nel corso del 2025 ha trasformato 13,5 milioni di tonnellate di latte vaccino registrando una crescita del 2,1% rispetto al 2024. Si tratta di prodotto in larghissima parte Made in Italy visto che la quota di latte estero utilizzato, già scesa al 6% del totale a fine 2025, grazie al calo del 7% delle importazioni, ha riportato un’ulteriore flessione del 22,5% nel primo trimestre del 2026.

I risultati maturati sono frutto di una strategia precisa “che a monte vede la scelta di sostenere e valorizzare la zootecnia nazionale – aggiunge Zanetti –. Abbiamo infatti lavorato tutto il latte italiano disponibile e riconosciuto agli allevatori, anche grazie al sistema delle Dop, un valore superiore rispetto a quello dei principali competitor europei. Una strategia che ci ha consentito di aumentare la produzione complessiva anche in un contesto di consumi interni che sono sostanzialmente stabili”.
Nel complesso, dunque l’industria italiana ha saputo valorizzare la maggiore disponibilità di materia prima incrementando quasi tutte le principali produzioni: ne sono l’esempio il latte alimentare che è cresciuto dell’1,7%, i fermentati aumentati del 4,8%, il burro salito del 6,8%, così come le creme del 5% e i formaggi vaccini dello 0,5%.
“La produzione italiana – sottolinea Zanetti – si è quindi confermata un asset fondamentale del sistema agroalimentare italiano, capace di coniugare tradizione, innovazione e una straordinaria varietà di specialità che sostengono la reputazione del Made in Italy nel mondo”.
Sul fronte internazionale, infine, il settore ha dovuto affrontare ostacoli significativi: dalle oscillazioni tariffarie negli Stati Uniti alle barriere non tariffarie in Asia e America Latina, fino alle difficoltà logistiche legate alle crisi in Medio Oriente. “I risultati ottenuti nonostante le tante difficoltà sono eclatanti – conclude il presidente –. Abbiamo viaggiato, investito, aperto filiali, costruito relazioni. Abbiamo portato il nostro Paese nel mondo con la valigetta in mano”.
Nel trend positivo dei formaggi italiani va segnalato anche un caso molto particolare. Infatti, in pochi anni la partita a due tra Grana Padano e Parmigiano Reggiano è diventata un ménage a trois, a causa dell’attacco dei prodotti non Dop “tipo grana” che in 27 mesi hanno conquistato altri quattro punti di quota a volume nella grande distribuzione, arrivando al 24,4% di un mercato che complessivamente vale 1,9 miliardi di euro. A poca distanza dal 27,3% del Parmigiano Reggiano Dop ma ancora lontani dal 48,3% del Grana Padano Dop. Tuttavia, questi formaggi generici, privi delle indicazioni geografiche della Unione europea, sono realizzati comunque da aziende italiane, spesso produttrici anche delle corrispondenti Dop ma proposti con nomi di fantasia o non brandizzati e ad un costo di produzione conveniente per il produttore oltre che ad un prezzo sostenibile per il consumatore.





