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Carney sfida Trump: ‘‘Il Canada non dipende dagli USA’’

Dopo l’intervento a Davos, il Primo Ministro canadese risponde da Québec City alle accuse del Presidente americano, secondo cui “il Canada vive grazie agli Stati Uniti”. Washington reagisce escludendo Ottawa dal Board of Peace e minaccia dazi del 100% in caso di accordo commerciale con la Cina

 

MONTRÉAL – Cala il gelo tra Ottawa e Washington. Dopo il discorso pronunciato martedì 20 gennaio al Forum economico mondiale di Davos, accolto con ampia risonanza internazionale, l’intervento tenuto giovedì 22 gennaio alle Plaines d’Abraham, a Québec City, ha approfondito ulteriormente – e in modo per certi versi inedito – la frattura tra Canada e Stati Uniti. Appena rientrato da un viaggio di nove giorni in Cina, Qatar e Svizzera, Mark Carney ha scelto un luogo emblematico per rispondere alle dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui “il Canada vive grazie agli Stati Uniti”. Dalla Citadelle di Québec, fortezza costruita nel XIX secolo per difendere la città da una possibile invasione americana, il Primo Ministro ha replicato con fermezza: ‘‘Il Canada non esiste grazie agli Stati Uniti. Il Canada prospera perché siamo canadesi”. E ha aggiunto: ‘‘In Canada siamo più forti quando siamo uniti”. Nel suo discorso, Carney ha richiamato la battaglia delle Plaines d’Abraham del 1759, evento che segnò la fine della Nuova Francia e l’inizio dell’America del Nord britannica. ‘‘Quando la polvere si è diradata, due comandanti, Wolfe e Montcalm, giacevano morenti, i loro destini intrecciati anche nella morte”, ha ricordato, evocando un passato che continua a segnare la storia del continente. Il Primo Ministro ha quindi difeso il ruolo centrale del Québec nella federazione canadese, richiamando i due Referendum in cui la Provincia ha scelto di restare nel Paese e il rafforzamento del patto confederale attraverso il bilinguismo ufficiale. Pur riconoscendo l’importanza strategica del partenariato con gli Stati Uniti sul piano economico, culturale e della sicurezza, Carney ha respinto l’idea di un Canada dipendente da Washington. ‘‘Il nostro Paese non vive di rendita”, ha affermato, sottolineando come la forza canadese derivi dall’unità e da radici profonde. ‘‘Il Canada deve essere un faro per il mondo: aperto e sicuro, accogliente e forte, fondato su principi solidi”.

 

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Il discorso di Québec City ha rappresentato la naturale prosecuzione dell’intervento di Davos, dove Carney aveva invitato le “potenze medie” a fare fronte comune contro le politiche unilaterali, senza citare direttamente gli Stati Uniti. ‘‘Se non siedi al tavolo, sei nel menù”, aveva avvertito, aggiungendo: ‘‘Il vecchio ordine non tornerà. La nostalgia non è una strategia. Dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto”. Un messaggio ripreso integralmente da testate internazionali come il Corriere della Sera e il New York Times.

 

La reazione di Washington è stata immediata. Donald Trump ha ritirato l’invito del Canada a partecipare al suo Board of Peace e ha minacciato l’imposizione di dazi del 100% su tutti i prodotti canadesi nel caso Ottawa concludesse un accordo commerciale con la Cina. Interpellato sull’argomento, Carney ha assicurato che il Canada “rispetta pienamente gli impegni” previsti dall’Accordo Canada–Stati Uniti–Messico (ACEUM) e ha precisato che non è in programma alcun accordo di libero scambio con Pechino. “Abbiamo semplicemente corretto alcune distorsioni emerse negli ultimi due anni”, ha spiegato, citando veicoli elettrici, prodotti agricoli e ittici. La scorsa settimana, Ottawa ha autorizzato l’ingresso di 49.000 veicoli elettrici cinesi con una tariffa ridotta del 6,1%, in cambio di una riduzione dei dazi cinesi sul canola canadese.

 

Il dibattito si è acceso anche in Québec. Paul St-Pierre Plamondon, leader del Parti Québécois, ha accusato Carney di ‘‘strumentalizzare la storia”, mentre Yves-François Blanchet, capo del Bloc Québécois, ha ironizzato sul ruolo di ‘‘salvatore del Canada”, ricordando però le tensioni storiche e ai tentativi di assimilazione della cultura francofona. (V.G.)

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