Su una cosa Donald Trump ha pienamente ragione: il Canada è l’unico Paese al mondo che ha osato allinearsi alla Cina, ribellandosi al bullismo della Casa Bianca. Tutti gli altri – compreso il Brasile di Lula, al di là dei proclami – hanno finito per cedere. L’Unione Europea, per esempio, ha accettato supinamente dazi del 15% sulla maggior parte delle sue esportazioni. Ottawa, invece, ha risposto con controdazi “dollaro per dollaro”. Ai più potrebbe sembrare una scelta suicida: il Canada conta poco più di 40 milioni di abitanti, gli Stati Uniti oltre 340 milioni; il 71,7% delle esportazioni canadesi è diretto negli USA, mentre il Canada assorbe appena il 16% circa dell’export americano; secondo l’Università di Calgary, i dazi americani del 50% entrati in vigore il 22 agosto potrebbero mettere a rischio circa 100 mila posti di lavoro (una stima destinata a salire con le controtariffe minacciate da Trump in risposta alla rappresaglia canadese dell’8 settembre). Insomma, la sfida è impari, proibitiva, apparentemente scellerata. Ma non è una scelta di pancia, né una semplice reazione d’orgoglio: è una scommessa ragionata, calcolata e ambiziosa. Mark Carney sa benissimo che, in uno scontro frontale e prolungato con gli Stati Uniti, il Canada ne uscirebbe con le ossa rotte. Per questo ha scelto di giocare una partita a scacchi – o, se preferite, a poker – per ‘stanare’ il nemico in tempi brevi. A consentirgli di alzare la posta c’è, almeno per ora, l’ombrello del CUSMA. Nonostante il trattato di libero scambio nordamericano sia entrato in una fase di profonda incertezza, la grande maggioranza degli scambi tra i due Paesi resta al riparo dai dazi. Le nuove tariffe americane del 50%, infatti, colpiscono merci canadesi per 27,6 miliardi di dollari, a fronte dei 564,6 miliardi esportati negli USA nel 2025: appena il 5%. Dietro il roboante 50%, quindi, l’impatto complessivo resta piuttosto contenuto. Tanto che, in base ai calcoli della Banque Nationale, il tasso tariffario medio sulle esportazioni canadesi passerebbe dal 3,6% al 6,4%, tra i più bassi al mondo. Dal canto suo, il Canada sta dimostrando una resilienza superiore alle attese: nel secondo trimestre, il PIL è cresciuto del 3,3% su base annualizzata, la disoccupazione è scesa al 6,4%, il livello più basso dal luglio 2024, e il TSX, l’indice di riferimento della Borsa di Toronto, ha appena toccato un nuovo record. Certo, alcuni settori, dall’acciaio alla plastica, pagheranno inevitabilmente un prezzo salato, ma nel breve periodo l’economia canadese sembra in grado di assorbire il colpo. Nessun rischio di recessione, insomma. Ed è proprio qui che la scommessa cambia dimensione. Carney non punta semplicemente a sopravvivere alla guerra commerciale: vuole logorare Trump, trasformando il tempo nella sua arma più efficace. Per farlo ha costruito una strategia su tre tavoli: diversificare i mercati del Canada, sfruttare le crescenti difficoltà dell’economia americana e, soprattutto, fare all-in sul voto del midterm.
Tavolo numero uno. Il 17 settembre, Carney sarà a Strasburgo per intervenire davanti al Parlamento Europeo: un passaggio dall’enorme valore simbolico e politico, che certifica la volontà di Ottawa di stringere sempre di più i rapporti economici e strategici con Bruxelles e, soprattutto, di ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti. Una strategia perfettamente coerente con lo storico discorso pronunciato lo scorso gennaio al World Economic Forum di Davos: “Le potenze medie devono agire insieme perché, se non siamo seduti al tavolo, siamo sul menu”.

Tavolo numero due. L’economia americana non è in recessione, ma comincia a mostrare crepe che, a pochi mesi dalle urne, possono diventare politicamente esplosive. Il debito pubblico ha superato i 40 mila miliardi di dollari; l’inflazione PCE resta al 3,7%, ben lontana dall’obiettivo del 2%; la crescita del PIL è diminuita dal 2,1% all’1,5% annualizzato nel secondo trimestre, mentre il rendimento delle obbligazioni del Tesoro americano a 30 anni ha toccato il 5,327%, il livello più alto dal 2007. Anche il dollaro mostra segnali di debolezza, con l’indice del biglietto verde nuovamente in calo a fine agosto. E c’è un altro campanello d’allarme: ad agosto la fiducia dei consumatori è scesa a 89,4 punti, il livello più basso degli ultimi sette mesi. Tradotto: il costo della vita continua a mordere.
Ed è qui che entra in gioco il terzo, decisivo tavolo: il voto del midterm. Il prossimo 3 novembre gli Stati Uniti torneranno alle urne per il test politico più importante dell’amministrazione Trump. Gli americani rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera e 35 del Senato. In palio, molto più di una semplice elezione di metà mandato: il controllo del Congresso e, con esso, la capacità del Presidente di governare senza ostacoli negli ultimi due anni del suo mandato. Trump lo sa benissimo. E lo ha ammesso lui stesso: se i Repubblicani perdessero il controllo della Camera, i Democratici potrebbero tentare di avviare contro di lui un nuovo procedimento di impeachment. Ed è proprio su questa paura che Carney ha deciso di giocarsi tutto: i controdazi canadesi potrebbero colpire duramente Stati di confine come Ohio, Michigan e Maine, dove i seggi repubblicani appaiono più vulnerabili.
Tre tavoli, dunque, un solo obiettivo: stanare Trump, logorarlo politicamente e costringerlo ad abbassare i toni, smetterla con gli insulti, con le provocazioni e con la mania di ribattezzare golfi e laghi. E soprattutto fargli capire, una volta per tutte, che il Canada non sarà mai il 51° stato americano. Né per minaccia, né per convenienza, né per ricatto.




