Ankara, 8 lug. (askanews) – La trincea dietro cui prova a tenere tutto è fatta di due parole: interesse nazionale. Non è un caso che Giorgia Meloni le ripeta per ben quattro volte durante la conferenza stampa al termine del vertice Nato, tre delle quali mentre risponde a una domanda sui suoi rapporti con Donald Trump. E’ la cortina dietro cui la premier cerca di conciliare la freddezza dei rapporti con la strategia messa a punto a palazzo Chigi dopo le bordate degli ultimi giorni: distinguere il piano personale da quello dei rapporti tra Italia e Stati Uniti.
Non c’è stato nessun chiarimento, le distanze non si sono accorciate e la presidente del Consiglio non fa niente per dissimularlo, al massimo evita con cura di usare aggettivi che possano derogare dalla linea che si è data di non alimentare alcun botta e riposta. Lo stesso vale quando le viene chiesto di commentare l’ormai famoso meme in cui il numero uno della Casa Bianca invocava per lei un ordine restrittivo. “Ho detto che non sarei tornata su questo argomento, e non lo farò”, dice.
Ma soprattutto la premier ha l’esigenza di dimostrare che lo smacco subito con gli attacchi personali degli ultimi tempi non è l’esito del fallimento di una strategia che l’aveva portata, subito dopo la rielezione del tycoon, a tentare di ritagliarsi il ruolo di ponte tra lui e l’Europa. “Io – spiega – ho fatto un investimento politico per convinzione sull’unità dell’Occidente, l’ho rivendicato a 360 gradi, non è una strategia messa in campo con l’arrivo di Donald Trump, l’ho fatto con tutti gli interlocutori che ho trovato di fronte”. In questo ragionamento, il concetto di interesse nazionale è il viatico per tentare di raddrizzare la narrazione, per trasformare una scommessa oggettivamente persa in un argomento perfetto per la campagna elettorale, soprattutto considerando quanto l’immagine del presidente degli Stati Uniti sia calata nell’apprezzamento dell’opinione pubblica. La premier ammette che “chiaramente con Donald Trump c’erano delle affinità, ci sono delle affinità su alcuni temi della politica, l’immigrazione, la cultura woke, per cui chiaramente ritenevo che potesse essere più semplice” e anche se “le cose stanno andando come stanno andando”, sottolinea, “non cambio idea” perché “le scelte che faccio non sono dettate dal piccolo cabotaggio” ma da “una strategia che ho in testa” che è, appunto, quello dell’interesse nazionale italiano in cui rientra “il rafforzamento dell’unità occidentale”.
E così va letta anche la risposta indiretta a Trump che ancora oggi dalla Turchia ha accusato l’Italia di essere stata “pessima” sull’uso delle basi militari in occasione della guerra in Iran. “Abbiamo avuto una linea molto chiara dall’inizio del conflitto e quella linea manteniamo”, “non partecipiamo agli attacchi”, ribadisce la premier. D’altra parte, aggiunge con una stoccata, “finora l’opzione militare non ha portato risultati così concreti”.
Stesso filone quando si tratta di far capire, seppur senza nominarlo esplicitamente, per quale ragione il governo abbia deciso di non partecipare al Purl, l’iniziativa Nato per l’acquisto di armi Usa da destinare a Kiev, che secondo i sospetti che hanno albergato ai piani alti di palazzo Chigi, potrebbe essere uno dei motivi per cui Trump è diventato così ostile. “Se investiamo nella nostra difesa quei soldi devono restare in Italia”, rimarca Meloni.
D’altra parte, il nodo delle spese per rafforzare la sicurezza è di quelli che vanno maneggiati con cura anche all’interno della maggioranza di governo. Ad Ankara, la presidente del Consiglio ha avuto un incontro anche con il leader ucraino Volodomyr Zelensky al quale ha rinnovato il sostegno italiano. Quanto agli aiuti, però, nella sostanza l’Italia ha deciso di puntare soprattutto sull’assistenza alla popolazione “con particolare attenzione agli interventi volti a rafforzare la resilienza delle infrastrutture energetiche”. Nessun riferimento a forniture militari, anche se la premier spiega che ci dovrebbe essere un nuovo pacchetto di aiuti e che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sta facendo “una valutazione in questo senso”.
Ma è proprio da Ankara, da uno dei vertici internazionali più delicati degli ultimi anni, che la presidente del Consiglio manda un messaggio che è da leggere anche in chiave interna, ossia l’intenzione d’ora in poi di concentrarsi di più sui problemi di casa. Le elezioni, d’altra parte incombono, e con loro anche la spina nel fianco di Roberto Vannacci che attacca la maggioranza sui temi che la destra considera più identitari, come quello della sicurezza e della lotta all’immigrazione clandestina. Meloni infatti ha deciso di non partecipare lunedì a Parigi alla riunione dei volenterosi. “Stavolta io, al sesto vertice in tre settimane e mezzo, passo. E voi – provoca – potete scrivere tutti gli articoli che volete sull’isolamento, il cambio di posizionamento. C’è il disimpegno sull’Ucraina? No, ma neanche me ne posso permettere uno sull’Italia, quindi siccome ho diversi dossier dei quali occuparmi in patria saremo ottimamente rappresentati dal vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani”. Dal suo entourage fanno anche trapelare lo scarso interesse di Meloni a prendere parte a un incontro che nello stesso formato, in occasioni precedenti, “non ha prodotto nessun risultato concreto”. Meglio farsi vedere di più in Italia: nei prossimi mesi, infatti, la premier intende intensificare le uscite pubbliche in giro per il Paese a cominciare già dalla settimana prossima quando, proprio lunedì 13, è attesa a Palermo per la cerimonia di svelamento della Fiat Croma bianca sulla quale viaggiavano il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo il 23 maggio 1992, quando furono uccisi nella strage di Capaci.





