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Nel The Bunker di Leo Sama la convivenza batte i pregiudizi

Due famiglie, due culture e un rifugio antiatomico: il 6 e 7 novembre il regista calabrese torna al Centro Leonardo da Vinci con una produzione dell’Ordine Figli d’Italia. “Bisogna costruire su quello che abbiamo in comune”

 

 

MONTRÉAL – Francofoni, anglofoni e allofoni (italiani compresi) convivono a Montreal da decenni. Le differenze ci sono sempre state: la lingua è lo specchio di una cultura unica e irripetibile, che si porta dietro usi, costumi, stili di vita, credenze, proverbi, miti e leggende. La cultura in cui cresciamo forgia e plasma la nostra personalità, ci avvicina a chi condivide le nostre origini e può farci sentire più distanti da chi ha una storia diversa. Poi, però, la vita quotidiana ci mostra che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono. Soprattutto in una città multietnica come Montréal. Leo Sama parte da qui per mettere due famiglie, i francofoni Lebeau e gli italofoni Moschetta, dentro un rifugio antiatomico a Riviere-des-Prairies. La convivenza forzata diventa l’occasione per confrontarsi, superare le diffidenze e scoprire che le differenze non impediscono di capirsi. Originario di Santa Caterina dello Ionio (CZ), Sama è arrivato in Canada nel 1962, a soli cinque anni. Autore, regista e produttore, dal 1982 al 2001 ha scritto e messo in scena soprattutto in italiano (St-Viateur ‘65, ‘U Bloccu, Briganti si mori, Donne di Briganti). Nel 2001 ha fondato la Pier 21 Productions, con cui ha portato in scena Norm Foster, Marco Micone ed Eduardo De Filippo. Dal 2015 ha firmato i cabaret Napoli, Salemme, Daniele…, Il Mondo Cambierà, Vento del Sud (2024) e 7 Ways to Say Ti Amo (2025) di Mary Melfi. Ora torna con The Bunker, una nuova produzione dell’Ordine dei Figli d’Italia.

 

Leo, sei arrivato qui da bambino. Quanto è rimasta forte la Calabria dentro di te?

Non ho mai avuto la tentazione di tornarci a vivere definitivamente, ma sento il bisogno di andarci ogni anno, una o due volte. Se non vado mi sento male. È come il salmone: solo che il salmone, quando arriva, muore, mentre io rinasco.

 

The Bunker non è un debutto. Perché riproporlo oggi? Perché il tema è ancora attuale. L’ho scritto nel 2003 e presentato nel 2004 al Leonardo da Vinci come Sottovuoto, in francese e calabrese. Nel 2011 è diventato The Bunker, in inglese e francese, con qualche espressione in italiano. Questa è la terza versione della stessa commedia, non una continuazione. Ho fatto piccoli cambiamenti e spostato l’ambientazione dal 2000 al 2010, ma le questioni che affronta sono sempre lì.

 

Che cosa succede tra le quattro mura del bunker? Due famiglie, i Lebeau, francofoni, e i Moschetta, italofoni, si ritrovano a convivere in un rifugio antiatomico. Devono stare insieme per un certo tempo e hanno finalmente l’opportunità di conoscersi. Perché vivere uno accanto all’altro non basta. Condividiamo la città, siamo vicini di casa, ma non necessariamente ci frequentiamo. Penso soprattutto a Rivière-des-Prairies e Saint-Léonard: siamo simili, ma abbiamo anche abitudini e comportamenti diversi.

 

Quel rifugio è anche un’immagine del Québec? Sì, il bunker è un microcosmo del Québec. Si trova sotto la casa del francofono, che quando arriva il momento di entrarci invita il vicino italiano con la sua famiglia. Non chiama altri francofoni: chiama lui, perché ha contribuito a costruirlo. È come dirgli: hai lavorato anche tu, ti sei guadagnato il tuo posto. Credo che i francofoni lo sappiano e che, se c’è una Comunità che apprezzano, è la nostra. Poi c’è sempre un 5-10% che non accetterà mai nessuno, e non solo qui.

 

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Da dove nasce l’idea di The Bunker? Da una commedia francese vista ai tempi del Cégep, L’Ouvre-boîte di Victor Lanoux: un intellettuale e un uomo di poca istruzione che, vivendo insieme un’avventura, finiscono per volersi bene perché scoprono di essere più simili di quanto pensano. Qui è lo stesso: tra francofoni e italiani, in fondo, siamo molto vicini, a cominciare dai valori familiari.

 

C’è anche la politica, a partire dalla questione linguistica. Quanto pesa nella storia? C’è, certo, ma non considero The Bunker una commedia politica. Mi interessano soprattutto le relazioni tra le persone. Ci sono due ragazzi, uno francofono e uno italiano, che hanno frequentato la stessa scuola francese. L’italiano ha 19 anni e non accetta i francofoni perché gli hanno messo in testa che quella scuola gli è stata imposta, che non ha potuto scegliere. Per il Cégep è passato all’inglese e vuole continuare in inglese anche all’Università. All’inizio si porta dietro questo risentimento. Poi i due cominciano a conoscersi, scoprono di avere tanti interessi comuni e alla fine si accettano, si vogliono anche bene. La convivenza permette loro di vedere oltre quello che pensavano prima.

 

Per avvicinarci dobbiamo rinunciare a qualcosa di noi? Integrazione non significa assimilazione. Quello che c’è di buono nella cultura italiana voglio preservarlo. Non vorrei mai un’assimilazione che ci faccia perdere tutto e diventare tutti uguali. Possiamo vivere bene insieme e condividere molte idee senza cancellare le nostre origini.

 

Nella vita di tutti i giorni, da dove si comincia? Dall’avere più amici francofoni. Parlo di amici, non di semplici conoscenze. Nella mia esperienza a Rivière-des-Prairies sono pochi, anche tra gli adulti. Eppure nell’est dell’isola viviamo soprattutto a contatto con i francofoni. Ci sono differenze nelle abitudini: al ristorante noi diciamo “Pago io”, loro dividono il conto. Quando mia moglie invitava a casa dei colleghi francofoni, ciascuno proponeva di portare qualcosa. Lei rispondeva: “Vi ho invitati io, non dovete portare niente”. All’italiana. Ma queste cose ci impediscono di andare d’accordo? Io penso di no.

 

Alla fine, siamo diversi ma compatibili? Al 100%. Bisogna costruire su quello che abbiamo in comune, non su quello che ci divide. Perché combattere sulle poche cose che ci distinguono, quando ne condividiamo così tante? Alcune differenze non cambieranno mai e non possiamo nemmeno esigere che cambino. Siamo di origine italiana, ed è bellissimo, ma nelle idee siamo molto simili. Partiamo da quello che ci unisce e andiamo avanti con fiducia.

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