Da quasi vent’anni, in Italia, imperversa la vicenda mediatica della povera Chiara Poggi, uccisa a Garlasco (Pavia), il 13-08-2007, all’interno della villetta di famiglia; non si sa ancora da chi: Alberto Stasi, già condannato, o Andrea Sempio il nuovo accusato? L’Italia è divisa. E divisa è anche la magistratura. Insomma, chi vivrà vedrà. E lo vedrà ogni giorno in TV e sui giornali…
Con il delitto di Garlasco il guardonismo del pubblico e la sete di protagonismo dei commentatori – avvocati, poliziotti, criminologi, conduttori televisivi, esperti vari e tuttologi – agglutinati, ormai da un ventennio, intorno a questa triste sceneggiata giudiziaria, hanno superato ogni limite.
Nel Belpaese vi sono decine di casi celebri su cui si parla da sempre, mentre perdura, su di essi, la ricerca teorica della verità unanime. Enumerarli tutti sarebbe lunghissimo, ricorderemo un po’ a caso: Pasolini, Emanuela Orlandi, gli omicidi attribuiti a Pacciani, la morte di Mattei, l’uccisione di Moro, l’esplosione alla stazione di Bologna, il disastro aereo di Ustica… Su tutto in Italia permane il dubbio. Omicidi, attentati, “strategie della tensione”, “il grande vecchio”, “servizi deviati”, “trattativa Stato-Mafia” ecc. rimangono avvolti nel mistero. I processi poi si susseguono ai processi quasi all’infinito. E spesso le nuove sentenze capovolgono le antiche. Il tempo non passa mai per i magistrati italiani e neppure per gli italiani. Si direbbe che, nella penisola, il parlare infinito riattualizzi tutto rendendo il passato un eterno presente.

Ultima, in ordine di arrivo, di queste tristi sceneggiate mediatiche all’insegna del protagonismo e del guardonismo, è una tragica vicenda avvenuta a Pietracatella (Campobasso): la morte misteriosa di due donne causata dalla ricina, sostanza velenosissima. Ma siamo ancora agli inizi e i registi dello show televisivo, appena iniziato, attendono impazienti i nomi dei presunti colpevoli, non ancora noti, e soprattutto l’irruzione della canea di esperti, giornalisti, tuttologi che si accalcheranno sul palcoscenico azzuffandosi tra loro.
Queste sceneggiate mediatiche sono una sorta di versione “giornalistico giudiziaria” delle discussioni al bar e dal barbiere o del dopo partita, di cui l’italiano medio va matto. E così, intorno al fatto di cronaca del momento, eletto dai mass media a sacrosanto avvenimento nazionale, si assiste ogni volta ad una miracolosa unità d’Italia, grazie proprio a questo coro dissonante di chiacchiere e polemiche, che è dopotutto unitario perché include destra e sinistra, leghisti e neoborbonici, meloniani e antimeloniani. Si tratta di un’unità d’Italia molto sui generis, bisogna ammettere, perché basata sul solo “interesse nazionale” di cui l’Italia tutta si dimostri oggi capace: l’interesse per i fatti altrui.
Se da un lato si può trovare ammirevole che in Italia, nonostante i mille problemi, la gente riesca a concentrare l’attenzione sui fatti di cronaca nera e sulle vicende processuali spesso senza fine che ne scaturiscono, dall’altro, invece, questo spreco di apparati scenici, questi fiumi d’inchiostro e di immagini, questa voluttà di chiacchiere lasciano disorientati e perplessi. Si capirebbe una tale isteria se simili fatti di cronaca fossero i soli ad avvenire in un paese dominato dalla legalità e dalla normalità, ma ciò non è assolutamente il caso: certe aree del territorio nazionale sono addirittura gestite dalla malavita. Ma le illegalità quotidiane di Camorra, ‘Ndrangheta, Mafia, Sacra Corona Unita, cui sono da aggiungere, oggi, i crimini di stranieri autori di marocchinate a gogò a danno degli italiani, non suscitano in Italia un decimo dell’interesse morboso che circonda questi spettacoli giudiziari sui generis. E ciò avviene perché, nella patria dell’esibizionismo e dell’oralità incontinente, lo show “poliziesco giudiziario” mediatico permette a inquirenti, giudici, avvocati, tuttologi ed esperti vari di essere dei protagonisti in TV, e al pubblico di parteggiare, applaudire, contestare, stando comodamente a casa.





