Dal C. della S.: “La Commissione europea ‘apre la porta’ al Canada per essere il primo membro associato della UE”. Già nel passato il Canada volle avvicinarsi all’Europa, per sottrarsi alla stretta culturale, politica ed economica degli USA. Ciò avvenne nel 1972 – durante il mandato di Pierre Trudeau – con il programma della “Terza opzione” (“Third Option”) che mirava a diversificare gli scambi commerciali con l’estero. Molte delle misure adottate da P. Trudeau aumentarono le distanze tra il Canada e il gigante americano. Il primo ministro canadese perseguì, ad esempio, il disegno della “Società Giusta” e quello della “Terza Opzione” o “Terza Via”. E fu il fautore di un programma di acceso nazionalismo economico: FIRA = Foreign Investment Review Agency, e Petro-Canada. Inoltre mise in discussione l’apporto del Canada alla Nato. Condannò l’offensiva di Nixon in Vietnam. Riconobbe il governo di Pechino prima di Washington. Esaltò Castro e la rivoluzione cubana e tenne in genere un atteggiamento neutrale nei confronti del comunismo. Ma “alla fine del suo ultimo mandato – osserva giustamente Christian Rioux – il Canada era ancora più integrato allo Zio Sam. La geografia ha avuto l’ultima parola”.
Il Canada ha conosciuto nel passato diversi tentativi di cambiamento strutturale-identitario. Ecco, molto in sintesi, i modelli d’identità e d’unità nazionale che vi hanno avuto corso (vedi Michael Bliss). Durante la maggior parte della storia canadese è stato il legame britannico a fornire l’identità a questo paese. La partecipazione del Canada alla guerra del 1914-18, con le tremende perdite subite sui campi di battaglia francesi, avrebbe segnato la maturazione del Canada come nazione. Ma il fatto che il Québec si fosse opposto duramente alla leva mostra la gravità dell’incrinatura tra i due popoli fondatori. Con John Diefenbaker, il solo primo ministro canadese a non essere di origine inglese o francese (1957-63), emerse la varietà della composizione etnica di questo paese. La nordicità del Canada si elevò negli anni ’50 del secolo scorso a elemento cruciale d’identità nazionale. Al tempo delle glorie del CCF/NDP (anni ’60 del secolo scorso) le forze progressiste di questo paese sperarono che fosse una visione economica e politica di tipo diverso dal capitalismo statunitense a poter fornire al Canada il viatico per una sua emancipazione identitaria. Possiamo dire che Trudeau sia stato l’ultimo epigono di questa visione socialisteggiante, improntata a un chiaro antiamericanismo. Con il “Free Trade Agreement” (1988/89), instaurato dal governo conservatore di Brian Mulroney, il programma di indipendenza economica nazionale ha dovuto invece fare marcia indietro e così anche l’antiamericanismo.

L’aumento della minaccia separatista nel Québec, con l’elezione del governo Lévesque (1976), ha riproposto la visione dualista del Canada, paese dalle due anime, francese e inglese. La visione di un Canada costituito da due nazioni ha dovuto, però, sempre fronteggiare l’ostacolo della presenza degli aborigeni, che sono le “Prime Nazioni” ossia i Primi Popoli”. E così anche la formula del multiculturalismo di Stato, con cui Pierre Trudeau ha voluto sostituire la nozione dei due popoli fondatori, trova un inciampo storico e morale nei popoli indigeni che si trovano ad essere considerati come una delle tante tessere del mosaico canadese.
Con l’avvento di Mark Carney alla guida del Canada, l’esperimento psichedelico di Justin Trudeau si è arenato. Justin voleva infatti trasformare il Canada in un Paese transnazionale, grazie al multiculturalismo. Le minacce di Trump d’incorporare il Canada e la sua farneticante guerra dei dazi hanno accentuato il sentimento di distacco dagli USA, dando un forte impulso al rafforzamento del sentimento nazionale nel nostro paese. E oggi, da parte di una UE/EU bisognosa anch’essa di una cura geopolitica ricostituente, giunge la storica proposta fatta al Canada di divenire un membro associato. Peccato che tra l’Europa e il Canada, e non solo tra il dire e il fare, ci sia di mezzo il mare.





