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La libertà malata dell’io ipertrofico

 

Ci deve essere stato un tempo in cui l’Uomo ha sentito di esser parte di un Tutto. Forse quando ha percepito la fratellanza delle proprie lacrime con lo scroscio di una pioggia improvvisa; oppure mentre accarezzava e seguiva per la prima volta i passi frettolosi di un insetto sul dorso della mano ancora innocente e digiuna di dominio; o ancora quando ha conversato a fonemi incerti con il furioso sciabordìo delle onde; oppure, perdendosi con lo sguardo vòlto alla sacralità di un nebuloso silenzio, quando deve essersi trasceso in un’oltrità indecifrabile. Istanti, questi, di una coscienza dell’essere tutt’uno con la Natura. Ci deve essere stato questo tempo. Ci penso, perché oggi vale la pena chiedersi se esista ancora l’humus di quell’Uomo antico, quell’avvertirsi fango vitale indissociabile da ogni cosa. Vale la pena, sì, perché, oggi, l’Uomo che abbiamo davanti è un altro: è quello d’una individualità malata, iperconnessa e allo stesso tempo disarcionata dal Tutto. Profondamente sola. Ossessionata dalla longevità, dalla performance, da un’idea caricaturale della giovinezza. È un’umanità terrorizzata dal soffrire, algofobica, come direbbe Byung-Chul-Han. E soprattutto maniaca di una visione ipertrofica della libertà. Se pensiamo alla modernità e al suo movimento liberatorio, non possiamo non accorgerci di un subdolo paradosso: l’umanità si è liberata, sì, da gerarchie e prigioni esistenziali imposte dall’alto, ma ha perso quella coscienza di appartenere al Tutto, di essere parte della Natura di Spinoza, dell’Assoluto di Hegel. È schiava di sé stessa. Charles Taylor, il grande filosofo montrealese, vede in questa apparente dinamica emancipatoria dell’individuo il pericolo di ritrovarsi senza un orizzonte di senso che non sia la solipsistica volontà dell’ego.

 

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Eppure, dovremmo sapere che non c’è identità senza lo sguardo dell’Altro da Sé, senza legami, senza memoria, senza beni condivisi. Abbiamo bisogno degli Altri, di una lingua che ci leghi, di una memoria, di beni di cui godere insieme. Per pensare un ‘’io’’ abbiamo bisogno di un ‘’noi’’. Un’autenticità priva di orizzonti morali fa deriva nel narcisismo; una libertà che rifiuti una finalità condivisa si riduce a sterile moltiplicazione delle possibilità. Ed è qui che entra in scena l’altro grande malessere della modernità. Noi non ci chiediamo più soltanto che cosa sia bene fare, ma soprattutto come possiamo sfruttare al massimo un bene, per quanto tempo possiamo goderne. E ancora, quanto posso ottimizzare il mio corpo, il mio tempo, le mie relazioni, perfino la mia felicità? L’uomo contemporaneo finisce così per trattare sé stesso come un progetto permanente di performance. Il corpo diventa capitale biologico, la giovinezza un investimento da prolungare, il dolore un’anomalia da espellere, la morte (sic!) l’ultimo fallimento da rinviare. Di qui si capisce perché la libertà si trasforma in prestazione: devo essere libero, devo scegliere, devo realizzarmi, devo diventare me stesso. È una libertà che non concepisce limiti, e soprattutto ignora che è proprio il limite la ratio della libertà. È il limite che ci ricorda che non siamo autori assoluti di noi stessi; che siamo nati prima di poterci scegliere; che ereditiamo una lingua, un corpo, una storia, un mondo; che dipendiamo dagli altri molto prima di poter proclamare la nostra indipendenza.  Quella che mi piace chiamare la malattia dell’Io ipertrofico consiste precisamente nell’aver dimenticato questa verità elementare: siamo essere di relazione e possiamo essere noi stessi solo in un mondo condiviso. Ritorno a pensare a quell’Uomo antico parte del Tutto. E spero possa riemergere tutte le volte che smettiamo di ottimizzarci, di misurarci, di esibirci. C’è bisogno di farsi piccoli e di ascoltare il respiro del mondo. C’è bisogno che l’ego cessi il suo intollerabile monologo e si accorga del Tutto che dentro gli parla e lo abita. Quando lo farà?

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