Mentre Washington inasprisce i dazi e le restrizioni, Carney rilancia la strategia di diversificazione: capitali internazionali a Toronto e un’alleanza più stretta con l’Unione europea
MONTRÉAL – Il continente americano è ormai soltanto un’entità geografica. Sul piano geopolitico, il Canada guarda sempre più all’Europa e ai mercati internazionali per ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti, mentre lo scontro commerciale con Washington entra in una fase ancora più dura. Una tendenza già evidente nei dati del 2025, quando le esportazioni canadesi verso gli USA sono diminuite del 3,8%, mentre quelle dirette agli altri mercati sono aumentate dell’11,2%. La tensione è ulteriormente cresciuta l’8 settembre scordo, con l’entrata in vigore dei controdazi canadesi del 15%, 25% e 50% su centinaia di prodotti americani, in risposta alle tariffe statunitensi del 50% imposte su 28 miliardi di dollari di merci canadesi. La replica di Donald Trump è arrivata poche ore dopo, con la firma di cinque nuovi decreti.Dal 15 settembre, gli Stati Uniti imporranno dazi del 50% su altri prodotti canadesi, tra cui latticini, materiali da costruzione e prodotti del legno. Dal 29 settembre scatterà anche il divieto d’importazione per numerosi alcolici canadesi, comprese birra, vino, sidro, whisky, rum e vodka. La stretta riguarderà inoltre alcuni prodotti agricoli, bevande analcoliche a base di malto e motociclette. Trump ha poi chiesto l’esclusione delle imprese canadesi dagli appalti pubblici federali americani. Domenica 13 settembre il tycoon ha rincarato la dose, definendo il Canada “il peggior Paese con cui trattare” e annunciando nuovi dazi su automobili, camion e componentistica canadese dal 1º gennaio.

In questo scenario si inserisce il primo summit canadese dell’investimento, organizzato a Toronto per lunedì 14 e martedì 15 settembre. Centinaia di dirigenti e gestori di patrimoni internazionali sono arrivati in città per conoscere progetti nei settori dell’energia, delle infrastrutture e dei minerali essenziali. Mark Carney ha lasciato intendere che alcuni accordi sarebbero già stati conclusi. Il suo obiettivo è mobilitare mille miliardi di dollari d’investimenti in Canada nei prossimi cinque anni. Al vertice hanno partecipato rappresentanti provenienti da Kuwait, Malaysia, Paesi Bassi, Singapore, Qatar, Norvegia, Giappone e Australia. Il discorso conclusivo è stato affidato all’ex Primo Ministro conservatore Stephen Harper.
La strategia di diversificazione conduce Ottawa soprattutto verso Bruxelles. Carney ha chiarito che il Canada non intende diventare il 28esimo Stato dell’Unione europea, ma costruire un’”alleanza unica” con l’Ue. Tra il 15 e il 17 settembre, il Primo Ministro parlerà davanti al Parlamento europeo di Strasburgo. Un nuovo vertice Canada-Ue è previsto a Montréal per il 29 e 30 ottobre. L’ipotesi allo studio prevede una maggiore integrazione nei settori dell’energia, della difesa, dell’intelligenza artificiale e dei minerali critici. Si discute anche di infrastrutture digitali, reti satellitari, centri dati e collegamenti energetici transatlantici. Uno degli aspetti più ambiziosi riguarda la mobilità. Secondo il Wall Street Journal, Carney avrebbe discusso con alcuni leader europei della possibilità di facilitare il diritto dei cittadini canadesi a vivere e lavorare nell’Unione senza i normali visti. La cooperazione è già avanzata sul piano della sicurezza: nel giugno 2025, Canada e Ue hanno firmato un partenariato che comprende industria militare, sostegno all’Ucraina, mobilità militare, sicurezza marittima, cyber, spazio e tecnologie emergenti. Nel 2026, il Canada è inoltre diventato il primo Paese non europeo a partecipare a SAFE, il programma dell’Unione da 150 miliardi di euro destinato al rafforzamento dell’industria della difesa. Anche le fondamenta commerciali sono solide. Dal 21 settembre 2017 è applicato provvisoriamente il CETA. Nel 2025 gli scambi tra Canada e Ue hanno raggiunto circa 130 miliardi di euro, l’80% in più rispetto al 2016. L’Unione è oggi il secondo partner commerciale del Canada dopo gli Stati Uniti. Ora si punta ad un’integrazione selettiva ma profonda nei settori strategici, senza diventare politicamente uno Stato membro dell’UE.
(V.G.)





