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La Messa a bordo e l’incontro con il Comandante Falica

Dalla suggestiva celebrazione sul cassero insieme alla Comunità italo-canadese all’intervista esclusiva sottocoperta con il Capitano di Vascello Nicasio Falica: valori, formazione e sfide di una nave che da 95 anni porta l’Italia nel mondo

 

 

MONTRÉAL – L’Amerigo Vespucci è il veliero della Marina Militare Italiana costruito nel 1931 come nave scuola per l’addestramento degli allievi ufficiali dell’Accademia Navale di Livorno. Costruita e allestita nel Regio Cantiere Navale di Castellammare di Stabia (Napoli), varata il 22 febbraio 1931 e consegnata alla Regia Marina il 26 maggio 1931, entra in servizio come Nave Scuola il 6 giugno dello stesso anno. A realizzare il progetto è il Ten. Col. Ingegnere Francesco Rotundi. È lunga 100 metri, larga 28 metri, ha 3 alberi verticali a vele quadre (il più alto, Maestra, di 56 metri) più il bompresso sporgente a prora che funge da quarto albero, e motori elettrici ausiliari. Ha un pescaggio di 7 metri. Il motto, assegnato nel 1978, è “Non chi comincia, ma quel che persevera”, attribuito a Leonardo da Vinci. L’attuale porto di assegnazione del vascello è quello di La Spezia. Un ulteriore elemento di particolare valore simbolico e spirituale accompagna oggi la missione del Vespucci: la nave sarà Chiesa giubilare fino a febbraio 2027, per concessione del Santo Padre estesa alle cappelle militari in occasione del centenario dell’Ordinariato Militare.

 

Il Comandante Nicasio Falica e Giulia Verticchio

 

“Oggi voi siete la nostra famiglia”: la Messa a bordo del Vespucci

Il Cittadino Canadese ha avuto il piacere di salire a bordo della “nave più bella del mondo”, oltre che per il rinfresco di accoglienza di venerdì 31 luglio, anche in occasione di una suggestiva Santa Messa che è stata celebrata sul cassero, domenica 2 agosto, da Monsignor Christian Lépine, Arcivescovo di Montréal – che parla un perfetto italiano, di conseguenza ai suoi studi presso la Pontificia Università Gregoriana e ai suoi anni di lavoro presso la Curia romana della Santa Sede – con l’ausilio di Don Gianni Medeot, cappellano militare di bordo del Vespucci, alla presenza dell’equipaggio, dell’Ambasciatore d’Italia in Canada, S.E. Alessandro Cattaneo, del Console Generale d’Italia a Montréal, Enrico Pavone, delle Autorità e della comunità italo-canadese. In queste occasioni, oltre alla sua usuale funzione formativa, la Nave Amerigo Vespucci svolge anche a tutti gli effetti il ruolo di Ambasciatrice itinerante dell’Italia, tramite Naval Diplomacy. Anche il Comandante Nicasio Falica, Capitano di Vascello, ha preso parola durante la celebrazione: “Quando viaggiamo cosi tanto tempo in mare e viviamo lontani dalle nostre famiglie, le Comunità italiane che troviamo attraccando nei porti del mondo ci fanno sentire a casa. Oggi voi siete la nostra famiglia”.

“Salgono individui, scendono marinai”: l’intervista al Comandante Nicasio Falica

Il Cittadino Canadese ha poi avuto l’onore di intervistare, sottocoperta, il Comandante Nicasio Falica, nato a Castellammare di Stabia – proprio dove è stato creato il Vespucci – ma cresciuto a Torino. “Il richiamo del mare – ci racconta – ha decisamente prevalso. Ci ho passato tutte le estati della mia vita, mio nonno mi portava a vedere gli allenamenti di canottaggio dei fratelli Abbagnale”.

 

Per varie missioni e operazioni è stato insignito di diverse onorificenze, anche medaglie ONU e NATO. Quale traguardo della sua carriera le è più caro? “Per me l’importante è sempre stato servire il Paese, la Marina, le istituzioni. Importante è stata l’esperienza di istruzione dei ragazzi dai 16 anni presso la Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. Lavorare con il capitale umano del domani”.

 

Navigare e insegnare, dunque, la Nave Scuola è il connubio perfetto… “Sì, il Vespucci unisce l’operatività di una nave in mezzo al mare con l’aspetto formativo. Ma qui noi non insegniamo. Si trasmettono competenze, responsabilità, entusiasmo, passione, la volontà di fare equipaggio con sacrificio, coesione e spirito di squadra. Cose senza le quali su questa nave è impossibile stare. È una vita che dà e che toglie, ma anche l’impegno che richiede è un arricchimento. Non è mai energia dissipata, ma sempre un investimento. Gli allievi studiano, mangiano e dormono tutti insieme nella stessa cabina, condividono tutto in spazi molto ristretti. Chi sceglie di stare a bordo lo fa certamente per attaccamento. Salgono individui e scendono marinai. Questa nave forma i marinai del futuro da 95 anni e lo spirito è sempre lo stesso. È come se fosse un unico equipaggio dal 1931. 95 anni è il triplo della vita media di una nave, che solitamente è circa 35 anni. Questo grazie ad una grande attenzione da parte delle istituzioni, ma soprattutto grazie ad un equipaggio che ogni giorno se ne prende cura con la stessa dedizione di chi l’ha preceduto”.

 

In un’epoca dominata dalla tecnologia digitale, dalla meccanica automatizzata, il Vespucci punta a tramandare l’importanza del saper fare il carteggio cartaceo, la navigazione a vela, le operazioni manuali, gli sforzi fisici, i calcoli a mente, sapersi orientare e capire i venti e le correnti senza strumentazione? “Sì, qui innovazione e tradizione convivino in maniera assolutamente bilanciata. Siamo dotati di sistemi molto avanzati di comunicazione satellitare e navigazione elettronica, ma non rinunciamo al valore della navigazione tradizionale. Gli allievi devono saper interpretare la costa a vista e le carte, imparano la navigazione astronomica, che consente di individuare la posizione della nave guardando le stelle e facendo calcoli dell’orizzonte. Poi ovviamente si confronta con il GPS. Alla fine imparano navigazione di un tempo e tecnologia”.

 

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Come si fa a trasmettere senza intimorire qualcosa di così gigante alle nuove generazioni? “I giovani non si intimoriscono perché toccano con mano subito cosa imparano a fare e diventeranno. Vedono a bordo i più anziani cosa sono diventati, passando per quello che stanno passando loro. Riescono a percepire subito il traguardo. Anche se dormono 4 ore a notte, non è fine a se stesso solo per addestrarli. Hanno visto che anche il Comandante, durante le navigazione del fiume Saint-Laurent, ha dormito poco perché era una fase delicata. Sanno che nel corso della loro carriera gli succederà. Quando occorrerà vigilare per tante ore saranno già abituati. Le ore perse di sonno non sono mai perese, ma investite in altro. E chiunque a bordo viene apprezzato e rispettato per quello che fa e per il ruolo che ha”.

 

Com’è andata la traversata dell’Oceano Atlantico, tra Santa Cruz de Tenerife, ultimo porto europeo, a Baltimora, primo porto nordamericano? “Su carta, il viaggio era inizialmente pianificato in un altro modo. Dopo una valutazione delle condizioni metereologiche è stata presa la decisone, non solo dal sottoscritto, ma da tutto lo staff, di non fare rotta diretta, commerciale, perché avremmo potuto navigare veramente poco a vela. Seguendo la circolazione dei venti atlantici di maggio, abbiamo allungato di oltre mille miglia nautiche e siamo andati inizialmente molto verso sud, quasi in prossimità delle Isole Bahamas. Sapevamo che più avanti ci avrebbero portato verso nord, per risalire dalla Florida. Gli alisei, che soffiano in senso orario, non sono forti, ma sono continui, e ci hanno permesso di fare l’85% della navigazione a vela. Abbiamo messo, se vogliamo, alcuni primati. Le 3200 miglia della distanza per rotta diretta sono diventate 4.267, un record senza scalo intermedio, come rotta più lunga percorsa dal 1952. E dal 1931 questa nave non aveva mai affrontato 29 giorni consecutivi di mare. Ci siamo sentiti di fare in questo modo, considerando che eravamo più 200 persone a bordo e che ci sono altre responsabilità rispetto alla navigazione costiera. Andando avanti nel viaggio, il parziale scettiscismo iniziale ha lasciato il posto ad un grande entusiasmo per questa avventura, capitalizzando gli elementi naturali ai quali va il massimo rispetto”.

 

Quali sfide tecniche e peculiarità ha avuto la navigazione nel fiume e fino a Montréal? “Dall’immensità dell’oceano – durante la quale per giorni abbiamo visto solo blu e incrociato 5 navi in tutto – siamo arrivati al fiume Saint-Laurent che è già di per sé molto stretto, e oltretutto il canale realmente navigabile, delimitato dalle boe, è di circa 150 metri, un decimo della larghezza da una sponda all’altra. Le correnti da Québec City a Montréal poi sono importanti. Una sfida per una nave come questa che certamente non ha la qualità della velocità. Bisogna cercare i punti giusti di corrente a favore e non contraria. La navigazione tra la Capitale Nationale e la metropoli francofona ci ha imposto inoltre le operazioni di sghindaggio, cioè di smontaggio manuale dei pennoni per abbassare l’altezza massima degli alberi e poter passare sotto i ponti”.

 

Che impressioni ha avuto del pubblico in Québec? “Siamo stati accolti molto calorosamente, tra navi militari e tall-ships. A Québec City abbiamo avuto più di 7 mila visite. A Montréal abbiamo trovato una Comunità italiana molto ampia a forte che ci ha dato veramente un grande abbraccio. Sentire parlare italiano a bordo fa effetto. Qui abbiamo dovuto prolungare i tempi di visita previsti perché non mi piaceva vedere lunghe file di persone in piedi sotto il sole che poi non sarebbero riuscite a salire a bordo. Abbiamo avuto un’affluenza di ben 14.651 visite”.

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