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La lingua batte | I miasmi linguistici

“Anglofoni che si spacciano per allofoni” è il titolo di uno scritto virulento apparso sulla rivista “Vigile Québec” (28-06-2017) in cui un certo T. Franche prende di mira gli italiani del Québec, da lui denunciati come falsi allofoni e veri anglofoni; tutti, dal primo all’ultimo.

 

Chi sono questi misteriosi allofoni – esordisce l’autore – che le statistiche linguistiche del Québec indicano essere in gran numero? Quelli che vivono in Québec e sono originari di Haiti, del Maghreb e anche del Vietnam sono chiamati allofoni mentre in realtà sono dei francofoni, è la sua tesi. Inoltre, in queste statistiche, tra i cosiddetti allofoni del Québec vengono indicati anche quelli che provengono dall’India, dal Pakistan, dal Nepal e dalla Giamaica, i quali, sempre secondo Franche, dovrebbero essere identificati invece come anglofoni.

 

In seguito, nella velenosa diatriba veniamo noi italiani, in compagnia dei greci (“Una faccia una razza”). Questo implacabile giudice degno di presiedere un tribunale del popolo ci addita al pubblico ludibrio, presentandoci come una spregevole massa di anglofoni. Ci accusa di mimetizzarci sotto la falsa denominazione di allofoni, mentre in realtà a noi spetterebbe il marchio di “allo-anglophones” perché, a suo giudizio, noi immigrati italiani siamo tutti anglofoni, dal primo all’ultimo. L’autore rincara la dose: “On peut trouver du monde dans des cafés miteux [miserabili] sur la rue Jean-Talon près du métro Fabre qui raconte des histoires qui émeuvent aux larmes à propos de leur profond désir de fréquenter l’école française, mais que hélas, les méchants francophones se moquaient de leur accent et les refusaient. Par contre, la commission scolaire protestante civilisée (anglophone), elle, les accueillait à bras ouverts.”

 

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Questo scritto mi ha profondamente disgustato. Mi sono sentito ingiustamente insultato, da italiano francofono, quale sono, che ha dato sempre precedenza alla lingua francese, rispetto all’inglese, facendo una scelta culturale netta. Ma il mio pensiero è andato anche ad altri, tra cui Mario Duliani, Febo Ferretti, Raphaël Pirro, Claude Corbo, e il compianto Dino Fruchi, questo ex prete, grandemente apprezzato per la sua umanità e bontà, che è stato un appassionato francofono. Autore di numerosi libri, scrisse persino un pamphlet a favore dell’indipendenza del Québec. Al suo funerale rimasi colpito dalla testimonianza di un suo nipote acquisito, quebecchese “pure laine”, che esaltò in chiesa con parole commosse il sentimento patriottico di suo zio nei confronti del Québec, sua patria adottiva. 

 

Ma era stato proprio Fruchi che un giorno mi aveva detto: “Vuol sapere perché gli italiani hanno cominciato a parlare inglese? Perché erano mal visti dai francesi. Non si sentivano accettati: le scuole canadesi-francesi non volevano accettare alunni italiani.”

 

Chi è causa – in tutto o in parte – del suo male pianga sé stesso. Ma questa massima, che dovrebbe valere per tutti, non sembra valere per certi discendenti dei colonizzatori della Nouvelle France.  I quali hanno stupidamente avversato i “maudits Italiens”, in particolare quelli che erano a loro vicini ed avevano scelto il loro campo. E oggi questo immigrato proveniente dagli USA, T. Franche, riattualizza quel triste passato sversando il suo fiele sui “maudits Italiens” tra gli applausi della platea.

 

Anche i commenti al lungo scritto la dicono lunga, purtroppo, sul fatto che i miasmi del passato, per noi immigrati italiani, ogni tanto ritornano. “Un articolo superbo”, si legge tra i commenti. Una testimonianza “eccellente e rassicurante” e inoltre “rinfrescante” è il commento di un altro lettore. E anche: “Ho veramente molto amato il vostro testo. Mi reputo fortunato di poter contare su persone come voi qui in Québec.” Di che far torcere le budella.

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