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La controversa immagine di Napoli

Il giornalista Aldo Cazzullo ha espresso di recente un giudizio stupido ed offensivo: Sal Da Vinci è la Napoli che vorrebbero coloro che la detestano, è per questo che non mi piace. Certi aspetti eccessivi della napoletanità possono non piacere, ma tra questi io non metterei certamente la Napoli canora e umana rappresentata da Sal da Vinci.

 

Ho invece apprezzato le idee espresse dalla scrittrice Marina Salvadore nel suo libro su Napoli “Terronia Felix” (Robin Edizioni, 2020), cui ho d’altronde contribuito con una appassionata postfazione. La Napoli della nostra Autrice non ha il formato cartolina, cui siamo abituati, con i soliti ritratti di personaggi che incarnano le tradizionali statuine di un presepe dominato dagli stereotipi simpatici, sì, ma riduttivi; incentrati sulla furbizia e sulla spicciola saggezza di vita costituita troppo spesso da divertenti battute da avanspettacolo e da null’altro. L’Autrice esprime chiaramente il suo netto rifiuto “della continua, becera, folkloristica immagine di Napoli, di stampo eduardiano, fatto di miseria, amoralità, volgarità, malaffare e chi più ne ha più ne metta.”  Nelle sue pagine vi è un mondo dai mille echi, il cui tipo umano centrale, che pur si considera tradito dal fallito Risorgimento unitario, non è riconducibile alla maschera di Pulcinella né a quella di Totò né ad uno dei personaggi di Eduardo di cui tutti noi ricordiamo qualche felice battuta.  

 

Io credo d’interpretare lo spirito dell’Autrice dicendo che anch’essa trova imbarazzanti e ridicole le lodi fatte ai napoletani per certe furbate rivelanti in realtà i limiti del folclorico carattere di un popolo le cui vere virtù e capacità sono ben altre, tra cui l’intelligenza, l’arguzia, e la signorilità di molti. In questo momento penso alle magnifiche persone che io da giovane ho conosciuto a Napoli, e che soffrono oggi per una napoletanità deteriore che non ha fatto che peggiorare.

 

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Marina Salvadore, al contrario di tanti meridionali ossessionati dallo status sociale, il loro e quello degli altri, dimostra di amare la gente semplice, autentica, dai buoni sentimenti, verace… E i suoi elogi rivolti alla memoria di Ferdinando II sono motivati anche dalla vicinanza di quel re al suo popolo. L’Autrice si rifugia nel passato ideale dell’ex capitale del Regno delle Due Sicilie. La decadenza attuale dell’ex Regno e della sua capitale eleva quel passato, nell’animo di Marina Salvadore, ad epoca sacrale soffusa delle luci del mito. E verso questo irripetibile “Prima”, in “Terronia Felix” – opera apologetica, manichea, immaginifica, surreale – si avverte nell’Autrice l’ansia che prova l’esule per un ritorno che non avverrà mai. 

 

 Presente nel libro di Marina, per pochi attimi, è la figura di Achille Lauro – l’ultimo re di Napoli come lo definì Montanelli – al cui ricordo io mi sento legato da sentimenti di simpatia e di rimpianto (ebbi la ventura, da bambino, di stringergli la mano a Palazzo San Giacomo). So di avventurarmi su un terreno pericoloso, dato il ruolo fisso del “Comandante” nel personaggio da sceneggiata che dà una sola scarpa alla vigilia delle elezioni, per completare poi il paio a voto effettuato, o a risultato positivo ottenuto, non ricordo più cosa dice la nota leggenda denigratoria… Il “Laurismo”, grazie alla nostra élite progressista, distributrice di etichette infamanti contro i non ortodossi, è da tempo solo una mala parola. In realtà il Comandante diede a Napoli il suo cuore, le sue energie, il suo spirito di iniziativa, i suoi soldi. Ma per anni Achille Lauro è stato invece bersaglio di denigrazioni e sarcasmi ad opera dei chierichetti del catechismo progressista e dello snobismo di unélite locale che lo considerò un “Lazzarone”. Napoli dovrebbe invece avere rispetto per il ricordo del Comandante, di cui i difetti ma soprattutto le virtù e la generosità rappresentano emblematicamente gli uomini migliori del nostro Sud, e in particolare di Napoli, già “perla del Mediterraneo”.

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