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Ricordando Laura Antonelli | L’approdo a Napoli

Nel racconto che sto facendo su Laura ho omesso, negli scritti precedenti, d’includere i seguenti particolari significativi sulla scelta di Napoli, come destinazione finale del nostro peregrinare da profughi, sfuggiti ai massacri di Tito.

 

Mio padre nel 1947 da Venezia, dove noi risiedevamo nel centro Foscarini, si recò a Napoli. Vi andò con la prospettiva di occupare il posto di economo – l’economo precedente si era reso colpevole di malversazioni – nell’importante ospedale Cardarelli. Ma mio padre non si sentiva sicuro di sé; e temeva di deludere le generose aspettative che i dirigenti sembrano riporre in questo istriano, di scuola austriaca, già economo di un prestigioso Convitto: il Fabio Filzi di Pisino.

 

Leggo in una sua lettera da lui spedita da Napoli, il 29-12-1947, a mia madre, che si trovava con noi nel centro di raccolta Foscarini di Venezia: “Da quel che ho capito, qui avevano intenzione di nominarmi economo degli Ospedali Riuniti. Non so se hanno cambiato opinione dato che forse non avrò fatto troppa buona impressione, perché come è facile spiegarsi, oltre il resto, mi sono mostrato un po’ impacciato e titubante in conseguenza delle mie condizioni psichiche. L’economo ha molte responsabilità, perché gli Ospedali Riuniti di Napoli hanno un giro di milioni al giorno. Ed io ti dico la verità non mi sento di disimpegnare una così gran mole di lavoro. Perciò sono preoccupato perché se mi danno tale incarico come faccio a rifiutarlo. Non so se ti ho scritto che l’economo di ruolo ed altri funzionari sono stati licenziati perché disonesti. Ora l’economo lo fa un vecchio impiegato dell’economato. Prossimamente tutto l’impianto contabile verrà rinnovato con sistemi più moderni. Se non avessi questo maledetto esaurimento potrei affrontare qualunque prova… Come ti ho scritto tutti sono molto gentili con me; hanno delle attenzioni e delle gentilezze da non credersi. I napoletani sono della gran buona gente. Hanno molta stima di noi settentrionali. Mi dispiacerebbe proprio fare una brutta figura!”.

 

In un’altra lettera scrisse: “Col vitto sto bene e come ti ho detto mangio alla mensa dei medici. Questo mi secca perché ho notato che sono (forse solo qualcuno) molto superbi e non si degnano rivolgermi la parola. Forse sarà una mia impressione. Ma questo non ha nessuna importanza”.

 

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Riconosco in pieno mio padre in questa sua sorpresa nel constatare un simile atteggiamento nei medici del Cardarelli. In Istria vi era una mentalità completamente diversa. Devo dire che mio padre era la semplicità incarnata. E i suoi giudizi sul prossimo si basavano unicamente sui criteri morali, tra i quali primeggiavano: amore per l’Italia, onestà, generosità, coraggio, responsabilità familiare… E devo aggiungere: Mario Antonelli solidarizzava profondamente con gli umili.

 

In precedenza mia madre, vedendo la sua titubanza, aveva cercato di incoraggiarlo, dicendogli in una lettera (22-12-1947): “Del tuo posto di economo non so proprio cosa dirti. Certo che è un fatto di grande responsabilità, ma io credo che tu sarai capace e resisterai perché non sono tante le ore e la giornata non ti logorerà tanto”.

 

La cosa non si concretizzò, ma fu comunque assunto dalla direzione dell’Ospedale Cardarelli (il 15-12-1947) con la qualifica di: “Applicato amministrativo”.

 

Nel maggio del 1948 lo raggiungemmo a Napoli, da Venezia, installandoci nel campo profughi [“Campo baraccato”] di Capodimonte, dove coabitammo per un certo tempo con un’altra famiglia. Poi ci fu assegnata, nel cosiddetto “Secondo campo”, una baracca molto malandata, dove nei giorni di pioggia l’acqua colava in diversi punti dal tetto. In seguito ne ottenemmo una migliore, in lamiera ondulata.

 

A Capodimonte rimanemmo poco meno di due anni, venendoci poi assegnato (aprile 1951), come famiglia senzatetto, uno spazioso appartamento delle case popolari, sempre a Napoli, nella località collinare “Camaldoli”.

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