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“Italofonia: lingua oltre i confini” | Sostegno bipartisan all’”itangliano”

In pochi paesi al mondo e forse in nessun altro può succedere, come in Italia, che un programma governativo, una legge nazionale, un avviso diretto ai propri connazionali sia redatto in una lingua straniera.  E invece “Be cool and join the Navy” fu, nel 2015, lo slogan della campagna di reclutamento della marina militare italiana. Ed “Election day”, “Legge sullo Stalking”, “Stepchild adoption”, “Jobs act” sono leggi italiane.

 

Non possiamo negare che ci sia una certa coerenza nei nostri progressisti, che inneggiano continuamente al diverso e si mobilitano per l’abbattimento di muri e frontiere, e che si dichiarano nel contempo favorevoli alla mescolanza di lingue e si gargarizzano con l’anglitaliano; ponendo il nostro idioma in subordine a quello degli americani: i nostri liberatori cui tanto dobbiamo. Ma sarebbe un errore credere che quelli di destra, tradizionalisti, difendano invece con ardore la lingua madre dagli inquinamenti stranieri. In Italia, una tale contrapposizione tra destra e sinistra, in materia linguistica, non esiste.

 

Gli anglicismi sono moneta corrente per la massa dei giornalisti iscritti all’albo; un albo istituito dal fascismo ma che oggi nessuno contesta in nome del pur sacrosanto, virtuoso, onnipresente antifascismo. Testate di destra e testate di sinistra fanno a gara nell’usare le parole inglesi. In definitiva è l’intera nomenklatura intellettuale, politica, giornalistica, artistica della penisola, assieme al popolo che segue scodinzolante, ad usare con gusto termini come killer, writer, badge, flop, in tilt, jackpot, restyling, summit, trolley, mobbing, tycoon, welfare, social card, question time, flash mob, pressing, gossip, moral suasion, standing ovation, assist, clic day, open day, vaff. day, ed altre amenità del genere.  

 

 

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Nell’attuale governo di destra, Roberto Menia, Fabio Rampelli e pochi altri cercano di far valere la necessità di tutelare, promuovere e valorizzare la lingua italiana nel nome della dignità nazionale. Ma sono voci nel deserto.

 

E il presidente Mattarella? Qual è la sua posizione del supremo rappresentante dell’identità nazionale in merito all’itangliano, itanglese, italese, italiese, itanglish, anglitaliano? In un sorprendente discorso tenuto agli Stati Generali della Lingua italiana nel mondo (Firenze, 18 ottobre 2016), Mattarella si è dichiarato favorevole, con grande passione, agli apporti che la nostra lingua viva “ricava, per converso, dal rapporto con i dialetti e con le 139 lingue estere che – si è calcolato – sono parlate dalle diverse comunità straniere presenti in Italia e che rappresentano una eccezionale opportunità di comunicazione con le collettività di origine”. In realtà, anglicismi a parte, i forestierismi attribuibili alle 139 lingue dagli immigrati in Italia sono ancora un’infima minoranza. Ma il nostro presidente è fiducioso – ce lo dice chiaramente – che questo contributo alla nostra lingua madre possa rapidamente accrescersi. Avallati da una simile “moral suasion” degna di una “standing ovation”, in provenienza dal massimo vertice politico del Paese, gli anglicismi non potranno che espandersi, insieme ai vivifici apporti delle altre 138 lingue.

 

Vi è, nonostante tutto, un inaspettato aspetto positivo da cogliere ed apprezzare in questo apartitico appecoronarsi di quasi un intero popolo alla lingua del più forte: finalmente unità e concordia tra gli italiani. In una Nazione da sempre divisa su tutto, questo gigantesco fiasco (= flop) linguistico rende finalmente bipartisan le forze migliori della nazione, unite e solidali nel promuovere le magiche parole americane. Peccato solo che tali
patetici abracadabra americani, invece di aprire, chiudano a doppia mandata la caverna dei tesori, già molto scarsi, della dignità
nazionale.

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