Il giornale italiano 1° in Québec e in Canada

ULTIM'ORA ADNKRONOS

Meravigliosa imperfezione del vento

Tanti anni fa, durante un colloquio di lavoro con un gruppo di docenti, mi domandarono in che modo avrei presentato ai miei studenti l’imperfetto dell’indicativo. Ricordo che, invece di riferirmi, come di consueto al (avviso al lettore: leggete quel che segue con tono cantilenante) tempo della descrizione nel passato di una situazione, di uno stato d’animo, delle caratteristiche fisiche di un individuo o di azioni abituali ripetute nel tempo (insomma, la solita tiritera che si legge sui manuali), me ne uscii, sornione, con “l’imperfetto è il tempo del vento’’. L’illustre professore che mi aveva invitato a rispondere non trattenne un’espressione di perplessità, gli occhi fattisi piccoli e inquisitivi e la fronte tutta tratturi di rughe. Aggiunsi, tanto per peggiorare la cosa: “Ma sì, l’imperfetto è il tempo del vento che spira, dell’onda che cancella i passi sulla rena, della risacca che svela cose che saranno ancora celate’’. E scandii il rap dell’imperfetto che i miei studenti recitano ancora oggi come un canto tribale, battendo le mani ritmicamente sui banchi: “vo, vi, va – vamo, vate, vano’’. Silenzio tombale nell’aula del colloquio. Mi affrettai a chiarire che un solo verbo (essere) presentava qualche eccezione morfologica, ma potevo ormai leggere negli occhi del mio esaminatore tutta la tronfia delusione di chi, con crudele piacere, mi avrebbe negato il posto di lavoro.

 

Pubblicità

 

Lo trovai altrove, comunque, e sono ormai quasi trent’anni che racconto ai miei italianisti la storia dell’imperfezione del vento, la forza di quella “v’’ che scompiglia i capelli, che risuona nel nostro anemos, incostante e fluida. Quella consonante che sembra raccogliere e restituire l’essenza di un divenire, un panta rhei eracliteo che non ci fa mai bagnare nello stesso corso d’acqua. Un vento fonetico che incarna un tempo che sfugge alla destinazione, che dal Nulla origina e nel Nulla si eterna. L’imperfetto è la Bellezza in movimento, mi piace spesso dire. È Zefiro che, soffiando, feconda la conchiglia perché nasca Venere, perla divina e sintomo di una sacra imperfezione (la perla è, in fondo, la fragilità patologica della conchiglia, ricorda Jasper). L’imperfetto è il tempo della nostra progettualità, la grammatica autentica del nostro esistere, del nostro sfidare l’angustia della datità, di un “perfetto’’ immutabile che il vento tenta di erodere. L’imperfetto ci restituisce la bellezza dell’instabilità, dell’essere, noi, eternamente sospesi tra ciò che siamo stati e ciò che saremo, sempre lontani da una sterile perfezione.  Dovessi incontrare quell’esimio professore, lo inviterei a battere le mani su un banco e a recitare il tam-tam dell’imperfetto. Chissà che non scopra il piacere sottile del perdersi tra la memoria e il futuro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

NOTIZIE RECENTI

Adnkronos

Pubblicità

Askanews