Il Cittadino Canadese intervista David Walmsley, Editor in Chief del The Globe and Mail

Una conversazione sul giornalismo di oggi, tra leadership, responsabilità e futuro
TORONTO – Si erge maestoso il The Globe and Mail Centre con i suoi uffici al sedicesimo e la redazione ultramoderna al quindicesimo piano, circondata da vetrate trasparenti che creano un tutt’uno con l’architettura della città. Si lavora al desk guardando Toronto attraverso i grattacieli intervallati da polmoni verdi e piste ciclabili fino al colore blu del waterfornt del lago Ontario. Il Cittadino Canadese ha intervistato il Direttore David Walmsley (Editor in Chief), 53 anni, dal 2014 al timone di uno dei giornali più prestigiosi in Canada, noto per il giornalismo di inchiesta, l’impegno sociale, le pagine culturali ed economiche, famosa la sezione Business. Fondato nel 1844 come The Globe da George Brown, politico riformista scozzese, uno dei Padri della Confederazione canadese, The Globe and Mail è uno dei giornali più influenti del Paese, spesso considerato il quotidiano nazionale per eccellenza. David Walmsley ci accompagna verso una grande vetrina all’ingresso del sedicesimo piano che ‘racconta’ la storia del giornale: il primo numero a colori nel 1998, il primo formato breaking news del giornale online nel 2000. Colpiscono le sue parole cariche di responsabilità morale mentre ci racconta con passione il suo lavoro “perché il giornalismo è un dono, è un privilegio”. “Possiamo attraversare ogni barriera – spiega – parlare con ricchi e poveri, dal Nord al Sud, facciamo parte dell’infrastruttura della società. Credo nelle istituzioni, ma se vediamo che stanno fallendo, noi dobbiamo essere l’ultima linea di difesa per la democrazia”. Un giro in redazione ed entriamo nel suo piccolo ufficio che accoglie tutta la redazione, immensa.


Lei è Direttore dal 2014: che tipo di leadership è necessaria oggi in una redazione?
“Penso sia fondamentale lavorare insieme, ascoltare. L’idea del direttore gerarchico che decide tutto è superata. Qualsiasi direttore che pensi di poter controllare tutto finirà per ostacolare il lavoro. È fondamentale fidarsi del proprio team. Bisogna riconoscere che si lavora con professionisti seri, che sanno esattamente cosa stanno facendo e non hanno bisogno di un direttore che intralci il loro lavoro”.
Quali sono gli elementi che creano un buon giornale?
“Credo che oggi il giornalismo non sia mai stato così importante. Sento questa responsabilità in modo solenne: massimizzare il potenziale delle persone. Vogliamo raccontare ciò che ancora non è stato rivelato. E per questo posso offrire il dono più prezioso che si possa fare a un giornalista: il tempo. Per me non esistono le scadenze. Si pubblica quando l’articolo è pronto”.
Quando è ‘‘pronto’’ un articolo?
“A volte è il reporter che dice ‘‘è pronto’’ ed il Direttore pensa che ci sia ancora da lavorare. Altre volte il giornalista è troppo affezionato alla sua inchiesta e non vuole mai pubblicarla. Allora spetta al direttore dire: ‘‘È pronta, va pubblicata’’. La pubblicazione non è la fine della storia. È l’inizio. Viviamo in un fiume di informazione. Trovare una storia e soffermarsi, questo è il nostro compito. E ciò che mi gratifica di più è dare alla mia squadra il riconoscimento che merita. Io ho dei principi di base: quando le istituzioni non fanno il loro dovere, bisogna renderle responsabili. A volte siamo l’ultima speranza per le persone. Quando ricevi una telefonata e qualcuno ti dice: “Siete la mia ultima possibilità, non ho nessun altro”, è quasi un’esperienza spirituale”.

Come si trova l’equilibrio tra innovazione, IA ed etica giornalistica?
“È semplice: le persone vengono prima di tutto. La tecnologia deve supportare, non sostituire. I giornalisti ascoltano, osservano, interpretano. Se togli l’umanità da una redazione, non stai facendo più giornalismo. Il vero lavoro non è solo decidere cosa pubblicare, ma anche cosa non pubblicare, perché una storia non è pronta”.
Come attrarre il pubblico giovane catturato dai social?
“Abbiamo un pubblico più giovane di quanto si pensi. Ma nella fascia 15–24 siamo deboli, anche perché abbiamo un modello a pagamento. Stiamo creando più contenuti gratuiti per i giovani, soprattutto audio. Le giovani donne, in particolare, apprendono molto attraverso l’ascolto. La supremazia del testo non è più assoluta. L’audio, i podcast, la nuova radio sono uno spazio in grande crescita. Sono conversazioni, non lezioni”.
Parliamo della sua creazione, il World News Day…
“L’ho creato per dare voce anche alla più piccola redazione nelle cittadina più remota. In questa giornata apriamo le porte e spieghiamo al pubblico cosa fa il giornalismo: partecipano più di 800 redazioni in tutti i continenti. È un momento per riflettere insieme chiedendosi cosa sarebbe il mondo senza giornalismo”.





