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Inquietus, ergo sum

 

Sospetto che l’unico animale che davvero esiste sia l’essere umano. Questo, ovviamente, se intendiamo con esistere quella spinta ad uscire da noi stessi, da un semplice stare al mondo, se pensiamo a quella pulsione a porci domande sul secondo che passa (il secondo: il tempo che segue – l’etimo aiuta), se consideriamo quel sentire la fame anche con il ventre pieno, l’osservare il nostro declino sino a disperarci della propria deriva. Ecco, mentre un cane vive in un indecifrabile presente, noi siamo gli unici a saper andare oltre il vivere: noi esistiamo proprio perché ci dibattiamo nell’angustia della nostra cella corporea, avvertita come una leopardiana (ma infausta) siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Noi siamo (e per natura!) materia d’esilio (siamo sempre fuori dal suolo), inclini al viaggio, all’avventura, alla ricerca di un’ultimità radicale. Per noi, la quiete è cosa mortifera, riposo estremo. Noi esistiamo in quanto esprimiamo la mancanza di una dimora ancestrale. Una mancanza che ci è, paradossalmente, necessaria perché noi non siamo fatti consustanzialmente per dimorare. Cartesianeggiando, noi siamo in quanto inquieti. E soprattutto: pensiamo in quanto inquieti. Il dottor Vittorio Giordano, l’ottimo direttore de “Il Cittadino Canadese’’,  mi parlava delle riflessioni di Leone XIV sul concetto di inquietudine.

 

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Il nuovo Pontefice fa sua la teologia agostiniana dell’inquietudine, vista come tensione inesausta dell’umanità ad un ritrovato abbraccio con Dio, ad un’accettazione dell’ansia verso un infinito sentito come motore ineliminabile di una vita autentica e vòlta all’incontro con la Grazia. Una riflessione e un riferimento, quelli di Papa Leone XIV a Sant’Agostino, di cui si avverte un bisogno insopprimibile in tempi caratterizzati da una conflittualità che fa presagire catastrofi e scenarî apocalittici. Non dimentichiamo, però, che questo stato del nostro esistere travalica la dimensione fideistica, giacché anche in colui che non crede vibra l’angoscia di un’assenza, di un vuoto, di un qualcosa che sfugge all’intelligenza. Il pensiero filosofico ha tentato di tematizzare tutto questo in varî modi: il terrore del Nulla, la consapevolezza del morire, il dover fare i conti con un’idea di libertà che ci obbliga a scegliere. Tuttavia, credenti o meno, inquieti restiamo. E in questo turbamento vivono insieme smarrimento e resistenza. È nell’inquietudine che coniughiamo la ribellione all’abitudine, che ci spingiamo a comprendere e a creare. Nella nostra inquietudine vibra il sacro e il profano, ansia di Dio e resistenza al Nulla.

Inquietus, ergo sum.

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