
Niente valanga rossa. I liberali vincono, ma il mandato pieno resta un miraggio. Mark Carney, come Justin Trudeau, dovrà governare senza una maggioranza assoluta in Parlamento. Alla fine gli elettori hanno scelto di puntare su un banchiere per tenere testa al presidente americano, ma sarà un banchiere dal potere dimezzato. Per reggere l’urto di Donald Trump ed attuare il suo programma di governo, sarà costretto a scendere a patti con un NDP ridotto all’osso, appena 7 seggi, ma soprattutto con un Bloc Québécois che vacilla, ma resiste con 23 deputati eletti nella Belle Province. Non un buon viatico per trattare con l’ingombrante vicino del sud, che anche nel giorno delle elezioni è tornato alla carica confermando il suo auspicio di fare del Canada il 51º stato americano. I Conservatori hanno fatto meglio rispetto a 4 anni fa, passando da 119 a 147 seggi, ma non sono riusciti a sfondare. Come avrebbero dovuto e potuto, se si tiene conto del vantaggio accumulato negli ultimi 2 anni. Alla fine, però, ha prevalso la paura sulla voglia di cambiamento, sull’alternanza, su un’altra possibilità di futuro, su un Canada diverso e alternativo.
Fino a qualche settimana fa, era tutto ‘apparecchiato’ per una vittoria roboante di Pierre Poilievre. Sembrava un epilogo naturale e scontato, dopo tre governi liberali consecutivi e, soprattutto, dieci anni di Justin Trudeau. Quest’ultimo, ricordiamolo, è uscito di scena tra i malumori della sua stessa maggioranza, dilaniata da profonde divisioni interne che sono poi esplose nelle dimissioni improvvise della Vicepremier Chrystia Freeland. Tanto che tutti i sondaggi sono stati a lungo unanimi nell’accordare al Partito Conservatore un vantaggio-monstre che, lo scorso gennaio, ha sfiorato i 27 punti percentuali. Poi è entrato in scena Donald Trump, che ha sparigliato le carte incalzando Ottawa con insostenibili tariffe commerciali e odiose minacce di annessione. Sono passati immediatamente in secondo piano i temi che, fino a quel momento, avevano animato il dibattito politico: dalla crisi abitativa all’inefficienza della rete sanitaria, passando per l’immigrazione, la sicurezza e l’aumento del costo della vita. Un ribaltamento che ha rappresentato una manna dal cielo per i Liberali e un forte rallentamento per i Conservatori. I toni aggressivi e intimidatori del Presidente americano, infatti, hanno spaventato gli elettori canadesi, che, associando – a torto – le politiche populiste e demagogiche del tycoon a quelle di Poilievre (‘Canada First’), hanno preferito rifugiarsi nell’usato sicuro, optando, ma senza convinzione, per le politiche rassicuranti e concilianti del Partito Liberale. In tempi di incertezza e di instabilità, si sa, il certo si fa preferire all’incerto. Del resto, come recita un antico proverbio popolare, “chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia, ma non sa quel che trova”.

A maggior ragione se il ‘vecchio’ Partito Liberale si rinnova, affidandosi ad un economista di comprovata bravura come Mark Carney, ex Governatore della Banca d’Inghilterra e del Canada. Poco importa se per anni è stato il principale consulente economico di Trudeau. Per storia e competenza, è il migliore candidato possibile per combattere la scellerata guerra commerciale scatenata dall’inquilino della Casa Bianca. La combinazione Trump-Carney ha innescato una paura trasversale che ha portato gli elettori più spaventati e insicuri a optare per una scelta strategica, meno ideologica e più pragmatica. In questo modo, il Partito liberale ha fatto lo scatto decisivo verso la vittoria grazie agli elettori provenienti dal Partito Neo Democratico: sono stati soprattutto questi ultimi a piegarsi alla ‘ragion di stato’, preferendo votare contro Poilievre piuttosto che a favore di Singh, visto che gli elettori di Bloc e del Partito Conservatore sono rimasti fedeli ai loro leader. Un vero e proprio travaso di voti tra due partiti simili, ma non uguali (l’NDP è di sinistra, il Partito Liberale è di centro-sinistra), che ha tenuto a galla Carney e condannato alla sconfitta Poilievre.





