
Il pungolo di Pietro Lucca. Dalla Pantàsema all’Anguana e ai Benandanti
Nel mondo rurale di Terra di lavoro, Molise, Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche, la Pantasema era una misteriosa figura che animava la fantasia e il timore della civiltà agreste.

Nel mondo rurale di Terra di lavoro, Molise, Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche, la Pantasema era una misteriosa figura che animava la fantasia e il timore della civiltà agreste.

A tutti è noto il racconto Fantasy: “Hobbit e il Signore degli Anelli” di John Ronald Reuel Tolkien, accademico, scrittore, poeta e filologo inglese (1892-1973). La capacità di questo prolifico scrittore di raccogliere e assemblare diversi elementi folcloristici, mitologici e leggendari, hanno determinato un indiscusso capolavoro letterario destinato a lasciare un segno indelebile nella storia del fantasy.

Abbiamo constatato che, nella storia religiosa occidentale, le fasi dell’esperienza spirituale sono riassunte e rappresentate da ricettacoli simbolici. Ognuno di questi rappresenta un livello religioso e uno stato dell’Essere. Dopo la PENTOLA e il TRIPODE lebetato, ambedue ricettacoli di valori e simboli di un percorso religioso graduale, siamo giunti all’ATANOR.

Negli articoli precedenti ho appena sfiorato l’origine di alcuni miti e superstizioni, quali residui derivanti dallo scontro di due tipi di civiltà; o meglio di due mondi: quello matriarcale preindoeuropeo e quello patriarcale indoariano. Il permanere dei residui di antichi principi contrastanti in seno a popolazioni profondamente religiose maturò con i secoli non solo un clima propizio al leggendario ed al superstizioso, ma determinò altresì, in certuni, lo stimolo alla ricerca di un filo conduttore che li riallacciasse alla “Fonte”; ad un “Illo tempore” a cui risalire, una volta squarciati i veli del fumoso crogiuolo di idee e credenze che albergavano nelle coscienze. Si trattava di una ricerca interiore atta a riallacciare l’individuo ad un’ “origine”.

Per alcuni lettori, i termini del titolo sembrano aver poco in comune, oltre che ad essere sinonimi di ricettacoli. Invece, se considerati nella loro accezione originaria, si tratta di “recipienti sacri”, che segnano gradi e tipi di civiltà. Trattando l’universo superstizioso nel capitolo sulle streghe-janare, ho appena accennato ad alcuni simboli (Calderone e Scopa, ecc.), legati a queste leggendarie entità dell’universo superstizioso della Penisola.

Estirpare completamente la vecchia fede, cancellare il ricordo di numi tutelari con i loro rituali e redimere a tutti i costi gli abitanti del “pagus” (villaggio/campagna), perciò chiamati pagani, risultò compito non facile per la Chiesa.

Non pretendo di presentare uno studio sulle superstizioni; sarebbe più che presuntuoso e puerile de parte mia. Tento solamente di sfiorare alcune figure dell’universo superstizioso di alcune parti della Penisola che, via via, trasformandosi ed adattandosi ai tempi, hanno accompagnato la società dall’antichità sino agli anni Cinquanta del secolo scorso, almeno nelle zone rurali. Fra le tante credenze e superstizioni, seppur superficialmente, è interessante soffermarci sul mito e sull’origine della “Befana-Janara”.