Riforma della cittadinanza
Finora una legge del 1992 consentiva a discendenti di italiani all’estero, anche di quarta o quinta generazione, di ottenere il passaporto del Belpaese. Ma i deputati della Lega Pizzimenti e Coin: “Dovremo fare modifiche in Parlamento”
ROMA – Il 28 marzo scorso, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge e due disegni di legge per riformare le regole per ottenere la cittadinanza italiana con lo ius sanguinis (“diritto di sangue”). L’obiettivo della riforma è contrastare gli abusi che hanno permesso alle persone straniere con avi italiani di ottenere la cittadinanza senza avere nessun legame con l’Italia, senza parlare italiano e senza mai essere state in Italia.
Finora lo ius sanguinis era normato da una Legge del 1992: prevede che una persona sia considerata automaticamente italiana solo se lo sia almeno uno dei genitori. In base a questo principio, la legge riconosce come cittadini italiani tutti coloro che possano dimostrare di aver avuto un antenato italiano vivo al momento della proclamazione del Regno d’Italia, nel 1861. Grazie a questa Legge, negli ultimi dieci anni l’Italia ha concesso moltissime cittadinanze: tra il 2014 e il 2024 i cittadini italiani residenti all’estero sono aumentati del 40%, da circa 4,6 milioni a 6,4 milioni. La maggior parte abita in Argentina e Brasile, paesi dove tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento emigrarono molti italiani. Gli oriundi italiani nel mondo che potrebbero chiedere il riconoscimento della cittadinanza con la legge vigente sono tra i 60 e gli 80 milioni.
Tajani: “Lo ius sanguinis resta, ma stop al mercato dei passaporti”. L’obiettivo della riforma è “valorizzare il legame effettivo tra l’Italia e il cittadino all’estero”. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito che “non verrà meno il principio dello ius sanguinis e molti discendenti degli emigrati potranno ancora ottenere la cittadinanza italiana, ma verranno posti limiti precisi soprattutto per evitare abusi o fenomeni di ‘commercializzazione’ dei passaporti italiani”.

Il governo ha quindi deciso di rimettere ordine alle regole in due fasi. Il decreto-legge approvato venerdì prevede che i discendenti nati all’estero saranno automaticamente cittadini italiani soltanto per due generazioni: solo chi ha almeno un genitore, un nonno o una nonna nati in Italia sarà cittadino dalla nascita. Gli stessi discendenti avranno automaticamente la cittadinanza italiana se nascono in Italia oppure se prima della loro nascita uno dei loro genitori aveva abitato per almeno due anni continuativi in Italia. Per evitare una transizione troppo rapida, sarà riconosciuto come cittadino italiano chi ha già presentato una domanda documentata entro la mezzanotte di 27 marzo. Nella seconda fase, normata da un disegno di legge, si introdurranno nuove modifiche più sostanziali. Per esempio, verrà imposto a chi ha la cittadinanza di esercitare i diritti e i doveri dei cittadini almeno una volta ogni 25 anni. Basterà rinnovare il passaporto o la carta d’identità, votare, aggiornare lo stato civile, o comunque avere un minimo contatto con la pubblica amministrazione italiana. Le persone nate all’estero dovranno inoltre registrare il loro atto di nascita prima di compiere 25 anni, altrimenti non potranno chiedere in seguito la cittadinanza. Un’altra novità introdotta per incentivare l’immigrazione di ritorno riguarda i coniugi di cittadini italiani, che potranno continuare a ottenere la naturalizzazione e quindi la cittadinanza solo se abitano in Italia. L’ultimo punto della riforma consiste in un secondo disegno di legge approvato per modificare le procedure burocratiche: chi abita all’estero non dovrà più rivolgersi ai Consolati per ottenere la cittadinanza, ma a un nuovo ufficio centralizzato gestito dal ministero degli Esteri. L’obiettivo è rendere le procedure più chiare e snelle, e prevenire pressioni e irregolarità scoperte negli ultimi anni in molti Consolati. Il disegno di legge prevede di attivare il nuovo ufficio al massimo entro un anno: fino ad allora bisognerà rivolgersi ancora ai Consolati. Intanto, però, due deputati della Lega, il friulano Graziano Pizzimenti e il veneto Dimitri Coin, hanno già chiesto al governo “correttivi” in Parlamento: “Singolare che nel governo qualcuno abbia deciso di dare una stretta ai discendenti di chi è emigrato all’estero, in larga parte di origine veneta, lombarda, piemontese o friulana, quindi di cultura cattolica, ma poi pensi di regalare la cittadinanza a giovani immigrati che spesso sono islamici”.