Roma, 2 nov. (askanews) – Ventidue poesie, altrettante composizioni, un mosaico di lingue, suoni e testimonianze che attraversano le grandi contraddizioni del Novecento, trasformando la musica in uno strumento di coscienza politica e partecipazione civile. Nel centenario della nascita di Hans Werner Henze (1926-2012), tra le figure più originali e anticonformiste della musica europea del secondo Novecento, Romaeuropa Festival e Accademia Nazionale di Santa Cecilia presentano “Voices”, monumentale ciclo di Lieder composto nel 1973, tra le testimonianze più significative della sua visione artistica e del suo impegno politico, che sarà eseguito, mercoledì 4 novembre, alle 20, al Teatro Studio Gianni Borgna dell’Auditorium Parco della Musica, da New European Ensemble – formazione olandese tra le più significative della scena contemporanea – sotto la direzione di Carlo Boccadoro e con le voci del contralto Carina Vinke e del tenore Peter Tantsits.
“Voices” fa della musica un atto politico, senza mai rinunciare alla libertà dell’invenzione artistica. Concepita come un grande affresco sonoro e letterario riunisce ventidue testi poetici provenienti da diverse geografie e tradizioni culturali, accomunati da un’urgenza civile che attraversa questioni di libertà, oppressione, guerra, disuguaglianza e giustizia sociale. Da Bertolt Brecht a Giuseppe Ungaretti, da Heinrich Heine a Ho Chi Minh, passando per le voci della poesia cubana, afroamericana e della Resistenza italiana, Henze costruisce un mosaico polifonico in cui esperienze individuali e vicende collettive si intrecciano, dando forma a un ritratto inquieto e contraddittorio del proprio tempo.
Completato nel giugno del 1973, “Voices” prende forma in Italia; Henze nel 1953 aveva lasciato la Germania, insofferente al clima di intolleranza politica e sociale del dopoguerra, per stabilirsi in Italia, dove avrebbe trascorso il resto della propria vita. Dopo gli anni a Ischia e Napoli, il compositore aveva scelto come dimora Villa La Leprara, a Marino, sui Castelli Romani, trasformandola in un vivace luogo di incontro tra musicisti, artisti e intellettuali. È proprio a Marino che nasce anche “Das Blumenfest”, il brano conclusivo di “Voices”, composto, come racconta lo stesso Henze, in una sola mattina d’estate. In una stagione segnata da profondi conflitti politici e sociali, l’opera rappresenta uno degli esiti più espliciti del suo impegno civile, espressione della convinzione che l’arte dovesse confrontarsi con le contraddizioni della società e assumersi la responsabilità di prendere posizione. Altrettanto radicale è la scrittura musicale, che rifugge qualsiasi uniformità stilistica e attraversa con sorprendente libertà le molteplici esperienze sonore del Novecento. Jazz, tradizioni musicali di diverse culture, suggestioni teatrali, tecniche seriali e procedimenti aleatori convivono in una partitura dalla straordinaria mobilità espressiva. L’organico strumentale si trasforma in un laboratorio timbrico che impiega circa settanta strumenti, includendo dispositivi elettronici, registrazioni su nastro, frammenti di discorsi politici, rumori e suoni della realtà quotidiana. Anche la voce abbandona i confini del canto tradizionale, passando dalla linea melodica alla declamazione, dallo Sprechgesang al parlato, fino al grido e alle più estreme deformazioni espressive.
A oltre cinquant’anni dalla sua composizione, “Voices” conserva una forza espressiva e una capacità di interrogare il presente che ne fanno un’opera di stringente attualità. Le guerre, le discriminazioni, le ingiustizie sociali e la necessità di dare voce a chi ne è privato risuonano in questa partitura come questioni ancora aperte. Ma accanto alla denuncia emerge una tensione utopica, il desiderio di immaginare una società diversa, fondata sulla solidarietà e sulla possibilità di una felicità condivisa.





