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Proteste a Milano, lo psicologo: “Vetrine rotte, desideri intatti. Il paradosso che svela la fragilità dei giovani”

(Adnkronos) – “Milano non ha mostrato soltanto una rivolta. Ha mostrato il corto circuito di una società che moltiplica i desideri, ma che non offre futuro, ascolto e riconoscimento”. Mentre la città si prepara a un altro sabato di paura, guardando agli scontri partiti dal capoluogo lombardo offre questa riflessione Pietro Bussotti, segretario di Benèpsys – Osservatorio Benessere psicologico e Salute. “La violenza – premette lo psicologo – va condannata senza ambiguità, ma condannare non significa comprendere e senza comprendere diventa difficile prevenire. Per tutti noi è invece urgente imparare delle lezioni da quanto accaduto”. E agli occhi dell’esperto parla chiaro un’apparente contraddizione: “Perché ragazzi giovanissimi, dopo una protesta, finiscono per assalire negozi, rompere vetrine e portarsi via scarpe, felpe e accessori di marca? La risposta più facile” a questa “domanda sospesa”, liquidata da più parti con l’accusa “‘sono solo teppisti’, spiega poco”. L’analisi di Bussotti prova a capire di più, a scoprire le radici del “paradosso di Milano”. Quello delle “vetrine rotte” e dei “desideri intatti”. 

“Colpire un negozio – osserva lo psicologo – sembra un gesto contro il consumismo, ma saccheggiarlo per appropriarsi dei suoi prodotti significa accettarlo e persino desiderare la merce (e il valore simbolico) che quel negozio vende. Non si vuole demolire così il sistema del consumo: se ne chiede l’ingresso. Si rompe la vetrina, ma si salva intatto ciò che la vetrina rappresentava”. Perché “una vetrina non espone soltanto merci. Espone una promessa: con questo oggetto sarai visto, riconosciuto, accettato. Sneakers costose, capi griffati e accessori di lusso funzionano come veri e propri passaporti simbolici. Non servono soltanto a vestire, ma a dire chi si è, a quale gruppo si appartiene e quanto si vale agli occhi degli altri. Nulla di nuovo”, ricorda Bussotti. “Torna infatti il pensiero di Thorstein Veblen, che già a inizio Novecento descriveva il consumo ostentato: non si consuma soltanto per usare un bene, ma per esibirlo come segno di ricchezza e posizione sociale. Le scarpe rubate non sono soltanto scarpe, sono una prova visibile di essere qualcuno. Pierre Bourdieu aggiunge un tassello decisivo: oltre al denaro esiste un capitale simbolico, fatto di riconoscimento, prestigio e legittimità. Chi si sente escluso da questo capitale può provare una frustrazione che non riguarda soltanto il prezzo di un oggetto, ma il diritto di esistere socialmente”. 

“Il desiderio, però, non nasce nel vuoto”, sottolinea l’esperto. “Tutti noi – ragiona – desideriamo spesso ciò che gli altri desiderano. Non tanto l’oggetto, ma lo sguardo altrui. Se i social, la pubblicità e i coetanei presentano una scarpa come simbolo di successo, quella scarpa diventa finisce per incarnare il desiderio di essere riconosciuti. Guy Debord lo avrebbe chiamato un effetto della società dello spettacolo. Le relazioni sociali vengono mediate da immagini. E oggi lo spettacolo non è più soltanto la vetrina: è TikTok, Instagram, la storia condivisa, il video virale. La trasgressione stessa può diventare contenuto, palcoscenico e ricompensa. Nel consumo non possediamo soltanto oggetti, ma anche i significati che gli altri attribuiscono loro. Una scarpa di marca non vale solo perché serve a camminare: vale perché comunica status, appartenenza e successo. Per questo rubarla non smaschera il suo potere simbolico, ma lo conferma. La scarpa rubata resta desiderabile, forse persino di più, perché è diventata anche un trofeo: possesso, visibilità, riconoscimento”. Ecco allora che “emerge la distinzione più importante. Il ragazzo che devasta un negozio non cerca soltanto un paio di scarpe, ma ciò che crede che quelle scarpe gli restituiscano: identità, appartenenza, valore”.  

“Ma l’oggetto non può davvero colmare quella mancanza”, prosegue lo psicologo. “Una volta ottenuto, il bisogno di essere riconosciuti resta lì. La visibilità sostituisce il riconoscimento. Essere filmati, commentati, temuti o seguiti non equivale a essere riconosciuti come persone con dignità, diritti, relazioni e un futuro. Nei social la visibilità è immediata, misurabile e addictive. Il riconoscimento richiede invece tempo, legami stabili e istituzioni credibili. Axel Honneth ha mostrato quanto il riconoscimento sia un bisogno fondamentale. Senza stima, appartenenza e rispetto, l’identità si indebolisce. Quando questa mancanza si accumula, la rabbia può cercare vie brevi e distruttive per farsi vedere”, avverte Bussotti. 

L’esperto cita il presidente di Benèpsys: “David Lazzari propone una chiave preziosa. Il limite non è soltanto una regola imposta dall’esterno, ma una capacità psicologica interna. Serve per regolare gli impulsi, tollerare la frustrazione, valutare le conseguenze e rispettare i diritti degli altri. Nell’adolescenza questa capacità è ancora in costruzione, mentre il gruppo, l’eccitazione collettiva e il digitale possono amplificarne le fragilità. Lazzari parla di un gap psico-evolutivo. Chiediamo ai ragazzi di autoregolarsi in un ambiente che sembra organizzato per sollecitarli senza sosta, associando il valore personale alla visibilità, al possesso e al successo immediato. Non è un alibi per la violenza – precisa Bussotti – ma una condizione che rende la prevenzione più urgente. Servono quindi regole, sicurezza e conseguenze per chi commette reati. Ma se la società investe soltanto nei controlli e nelle punizioni, rischia di intervenire sempre troppo tardi. Occorre restituire ai giovani tre esperienze concrete: essere ascoltati, attraverso adulti e istituzioni capaci di accogliere il disagio ed il possibile, conseguente, conflitto; sentirsi parte, attraverso comunità, ruoli e appartenenze che non passino dai like; Immaginare un futuro, con prospettive reali di studio, lavoro e partecipazione”. 

Ecco perché, secondo lo psicologo, a Milano non è stata portata in piazza una semplice rivolta. Cortei e scontri ci mettono di fronte alla fragiità dei giovani: spaccano le vetrine, ma si portano via quello che c’è dentro per affermare che esistono. Ma “finché il valore di una persona sembrerà dipendere da ciò che indossa, mostra o possiede – chiosa Bussotti – la vetrina rotta resterà solo la parte più rumorosa di un problema molto più profondo”. 

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