Milano, 11 ott. (askanews) – Antonio Vassallo l’ho conosciuto trentacinque anni fa. Mi spedì a Capaci Riccardo Orioles, il redattore capo di Avvenimenti, già giornalista dei “Siciliani” di Pippo Fava: “Vai a vedere che cosa stanno combinando quei ragazzi”, mi disse. Quei ragazzi facevano parte del Gruppo Giovanile 88. E avevano occupato un tratto di spiaggia ridotta a discarica trasformandola nel primo pezzo di litorale aperto a tutti, in una costa occupata in gran parte dai lidi dei dopolavoro statali.
Antonio e i suoi amici del Gruppo Giovanile 88 ripulirono quel pezzo di costa abbandonato, lo resero accessibile ai concittadini e riuscirono anche a creare una trentina di posti di lavoro. Un’impresa che sembrava impossibile, allora, ma che fu un atto concreto di lotta e di risveglio civile in un territorio permeato dalla mafia, in un paese di mare dove non era consentito – a chi ci viveva – andarci, al mare.
Ci ho ripensato dopo aver letto “Negli occhi di Giovanni. Storia di un ragazzo di Capaci”, scritto da Fabrizio Silei con lo stesso Vassallo (Il Castoro, 224 pagine, dai 12 anni in su). Nel libro ho ritrovato lo stesso Antonio che avevo conosciuto allora.
Vassallo cresce a Capaci, va male a scuola, sogna una vita diversa, scopre quasi per caso la fotografia. È un ragazzo irrequieto, poco interessato ai libri, attratto dal mare, dagli amici, dalle ragazze. Intorno a lui c’è una Sicilia nella quale la mafia ha spesso un volto sorprendentemente familiare. Uno dei passaggi più forti riguarda un vicino di casa di nome Giovanni. Per il bambino Antonio è l’uomo che lo protegge dalle sfuriate del padre, lo prende sulle ginocchia, gli vuole bene. È persino quello che gli insegna a sparare. Quel vicino era Giovanni Battaglia, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Capaci, poi condannato all’ergastolo per la strage. Vassallo ha raccontato anche che la casa e il terreno di Battaglia furono utilizzati dagli stragisti nella preparazione dell’attentato. E ricorda un mondo in cui si poteva sentir dire che la mafia non esisteva mentre la mafia abitava letteralmente accanto a casa. Per capire che cosa rappresenterà Giovanni Falcone nella vita di Vassallo bisogna prima conoscere quell’altro Giovanni. La mafia non appare inizialmente come un’entità astratta o come il nemico già riconoscibile dei libri di storia. È immersa nelle relazioni, nelle consuetudini, nelle persone alle quali si può perfino essere affezionati.
Poi viene il 23 maggio. Vassallo è sul terrazzo di casa e sta caricando un rullino nella macchina fotografica: quella sera deve esserci una festa per il ventesimo compleanno di Ivana. Sente un boato che descrive come più forte di un terremoto, vede una gigantesca colonna di fumo e si precipita in motorino verso l’autostrada. Sono poco più di quattrocento metri. La devastazione è totale. L’asfalto sollevato, gli alberi sradicati, pezzi di strada e terra sono ovunque. Sul bordo della voragine trova la Fiat Croma bianca. Al posto di guida c’è un uomo con il volto coperto di sangue. Nell’attentato morirono Giovanni Falcone, la moglie e magistrata Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Vassallo racconta di aver incrociato lo sguardo di Falcone. È l’immagine fissata nel titolo, quella che non lo avrebbe più abbandonato.
Fabrizio Silei ricostruisce quella scena con una scrittura molto visiva, quasi cinematografica. “Il botto fu enorme: l’esplosione di un vulcano, il terremoto definitivo, ma che dico? Di più: la fine del mondo”. È il modo in cui il racconto restituisce lo spaesamento di chi, in pochi secondi, vede trasformarsi un luogo familiare in qualcosa di irriconoscibile. Una scelta che parla anche ai lettori più giovani, ai quali il libro prova a avvicinare una storia avvenuta ormai più di trent’anni fa. Ci sono però passaggi in cui la testimonianza prende il sopravvento sulla costruzione narrativa. Vassallo racconta di un agente della scorta sopravvissuto all’esplosione che, disorientato e ancora sotto choc, gli punta contro l’arma. Lui fugge, poi torna sul luogo della strage e comincia a scattare fotografie.
Tra i rullini usati quel pomeriggio ce n’è uno che sparirà. Vassallo racconta che due uomini in abiti civili gli si avvicinano, si qualificano come poliziotti e gli chiedono di consegnarlo. Uno gli stringe il polso; lui riavvolge la pellicola e gliela dà. Per mesi pensa che quelle immagini siano finite nelle mani degli investigatori. Solo quando viene sentito da Ilda Boccassini, pm del pool che indagava sulla strage, scopre che agli inquirenti non risultano. Il giorno successivo, ha raccontato, viene convocato da Arnaldo La Barbera, allora capo della squadra mobile di Palermo, che attribuisce il mancato inoltro a una dimenticanza. Ma quel rullino non gli verrà mai restituito e quelle fotografie non compariranno negli atti del processo.
Ancora oggi Vassallo si chiede che cosa avesse fotografato, chi comparisse in quelle immagini e perché quel rullino sia sparito. La sua testimonianza la porta nelle scuole di tutta Italia, dove racconta Capaci, Falcone, la mafia e anche le contraddizioni della propria storia. Nell’epilogo ricompare Angelo Corbo, uno degli agenti della scorta sopravvissuti alla strage. Quel pomeriggio, ancora sconvolto dall’esplosione, aveva visto Vassallo avvicinarsi alla Croma con la macchina fotografica al collo e gli aveva puntato contro il mitra. Anni dopo gli confesserà: “Per poco non t’ho sparato!”. Oggi i due si ritrovano fianco a fianco davanti agli studenti: Corbo racconta da poliziotto sopravvissuto alla strage, Vassallo da ragazzo arrivato sul posto pochi minuti dopo.
Roberto Saviano, nella prefazione, scrive che “Antonio Vassallo non è un eroe. È qualcosa di più difficile da essere: un testimone”.
(di Marco D’Auria)





