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Cambiamento sì, separazione no

Diciamolo senza giri di parole: il Québec ha licenziato la CAQ. Senza appello. Ha scelto il cambiamento e ha affidato le chiavi del governo al giovane e ambizioso Paul St-Pierre Plamondon. Ma senza lasciargli mano libera: fiducia sì, assegno in bianco no. Il nuovo Premier dovrà governare sotto l’occhio vigile delle opposizioni. Dopo la buona prova durante la pandemia, François Legault ha smarrito la strada, tra scandali e fiaschi (da SAAQclic a Northvolt), misure ambigue, pressapochismo sul terzo collegamento di Québec e mance elettorali nelle manovre finanziarie. Una lenta discesa verso gli inferi che ha “ingoiato” anche Christine Fréchette. Gli elettori hanno deciso di voltare pagina. E non hanno avuto paura di farlo. Le chiavi del governo passano ora al Parti Québécois, che mette il Québec al primo posto con una formula che, paradossalmente, ricorda l’America First di Donald Trump: meno immigrazione, meno burocrazia, meno tasse, più difesa dell’identità e del francese. Ma attenzione. Il mandato è chiaro quanto il risultato delle urne: licenza di governare, non di separare. Di referendum, oggi, il Québec non ha bisogno. Dopo i “No” del 1980 e del 1995, perché riaprire una ferita che divide famiglie, imprese e Comunità? Perché aggiungere altra incertezza in un momento storico già fragile? Con Donald Trump alla Casa Bianca, i dazi usati come arma politica e un’economia mondiale attraversata da tensioni e guerre, questo è il momento peggiore per giocare a dividersi. Da soli siamo nove milioni. Dall’altra parte del confine ci sono oltre 350 milioni di americani. Trump, economicamente, ci mangia in un boccone. Dentro un Canada di oltre 40 milioni di abitanti e consumatori, con tutte le Province schierate insieme, la musica cambia. I quebecchesi lo hanno capito. E dalle urne è arrivato un messaggio preciso: governo péquiste sì, maggioranza assoluta no. Cambiare governo non significa consegnare carta bianca sulla secessione. Certo, il PQ potrà cercare l’appoggio esterno di Québec solidaire, che non ha mai nascosto le proprie aspirazioni sovraniste.

 

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Ma il suo progetto d’indipendenza è molto diverso, più aperto e inclusivo e, soprattutto, su quasi tutto il resto – a cominciare dall’immigrazione – i due partiti sono agli antipodi. Dall’altra parte, ci sono poi due argini politici solidi: Liberali e Conservatori hanno già scelto il loro campo, quello di un Canada forte e unito. Ma la vera notizia, lo ripetiamo, quella destinata a passare alla storia, è un’altra: la CAQ non c’è più. Un partito costruito a immagine e somiglianza del suo fondatore si è logorato in otto anni, perdendo pezzi, ragion d’essere e credibilità fino ad affidarsi a Christine Fréchette. Va riconosciuto: ce l’ha messa tutta. Ma è sembrata fin dall’inizio un pesce fuor d’acqua, costretta a prendere le distanze dalla stessa formazione che guidava, tanto da preferire in campagna il marchio Équipe Fréchette alla sigla CAQ. La famosa terza via tra federalismo liberale e sovranismo péquiste, che per anni ha dominato il Québec, si è dissolta in una notte. I suoi elettori, però, non sono scomparsi. Si sono spostati. I Conservatori sono passati da zero a quasi 20 deputati, i Liberali da poco più di venti a 40. I famosi vasi comunicanti della politica, certo, ma anche effetto di un sistema elettorale spietato e perverso. In Québec vige il maggioritario uninominale secco: 127 circoscrizioni, 127 battaglie distinte e separate. In ognuna basta un voto in più per vincere tutto. Chi arriva secondo, anche per un soffio, non porta a casa nulla. Non c’è alcun salvagente proporzionale. È un sistema semplice e favorevole alla governabilità. Ma sa essere crudele: amplifica le vittorie, trasforma pochi punti percentuali in voragini di seggi e può quasi cancellare dall’Assemblea un partito che continua comunque a raccogliere centinaia di migliaia di voti. È quello che è successo alla CAQ con circa il 13% dei consensi. È quello che è successo al Partito Conservatore di Éric Duhaime nel 2022 con lo stesso 13% dei consensi. Anche per questo il risultato va letto senza ubriacarsi di vittoria. Il Québec ha chiesto cambiamento, energia, ambizione. Non una nuova guerra sul referendum. E chi confonde le due cose rischia di scoprirlo troppo tardi: gli elettori sanno ancora dire di no. E lo diranno, se interpellati, per la terza volta di fila. Senza esitazioni. Plamondon ha davanti una grande chance: dimostrare che il PQ sa governare bene prima ancora di chiedere ai quebecchesi se vogliono cambiare Paese. Aria fresca, dunque. Ma con i piedi ben piantati per terra.
Senza voli pindarici. Senza follie separatiste.

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